Omelia per la messa di fine anno accademico

(Cagliari, Chiesa di Cristo Re, 6 giugno 2019)

Cari fratelli e sorelle,
le suggestioni dell’odierna liturgia della Parola sono tante e sono tutte vitali. Io vorrei fermarmi anzitutto su un versetto del discorso di Gesù riportato dall’evangelista Giovanni, esattamente quello che dice: “Non prego solo per questi, ma anche per quelli che per la loro parola crederanno in me; perché tutti siano una sola cosa.” Dunque, Gesù ha pregato per quelli che porteranno le persone a credere in Lui e, nella condivisione della stessa fede, sono chiamati a formare una cosa sola, ossia una comunione fraterna. Ciò comporta, a mio parere, una grossa responsabilità. Equivale a dire, infatti, che le persone che ascoltano le nostre lezioni, le nostre conferenze, le nostre omelie, ci sono state raccomandate dalla stessa preghiera di Gesù, sono state affidate all’efficacia del nostro annuncio del Vangelo. E’ come se Gesù abbia detto: io ho fatto la mia parte, ho vinto la morte e la potenza del male, ho rivelato il volto di Dio Padre, adesso pensateci voi, io assicuro la mia preghiera. Noi, pastori e docenti, religiosi e laici, dovremmo essere pienamente coscienti di questa responsabilità, affidataci da Gesù. Le nostre parole devono condurre le persone a credere in Gesù. E se ciò non avviene, vuol dire che le nostre parole e le nostre lezioni, il nostro annuncio e la nostra predicazione sono insignificanti. Le lezioni dell’aula universitaria, le conferenze dei convegni ecclesiali, le omelie della nostre Chiese dovrebbero alimentare la fede in Gesù, ma la possono anche ostacolare, e, quindi, disattendere la preghiera di Gesù. Alla recente assemblea generale dei Vescovi italiani, papa Francesco ha ribadito le raccomandazioni dell’Evangelii Gaudium sulla necessità di preparare con cura l’omelia, perché questa è la via di evangelizzazione più comune. Molti cristiani ascoltano la Parola di Dio solo nelle messe domenicali, nelle feste patronali, nelle celebrazioni del lutto e della festa.

Se la formazione religiosa che viene impartita nelle aule della Facoltà non prepara le persone a fare l’incontro con Gesù tradisce la sua natura di scuola di vita cristiana. Non si può concludere un ciclo di formazione teologica senza aver mai provato la gioia dell’incontro della persona di Gesù. Una dottrina la si impara; un’esperienza la si vive; una teologia la si prega. Quando una verità teologica viene trasformata in preghiera, cessa di essere pura erudizione dottrinale che allarga la mente ma non riscalda il cuore. Io per 36 anni ho fatto la vita di teologo nelle aule dell’Università Lateranense. Venuto a Oristano come vescovo di una Chiesa locale ho dovuto convertirmi a fare la teologia della vita. Ho adottato quel cambio di paradigma che viene suggerito da papa Francesco, in base al quale la teologia non viene elaborata nel chiuso delle stanze universitarie ma a stretto contatto con le domande della gente, che cerca nel Vangelo le ragioni della vita e della morte, della gioia e del dolore. In altre parole, il percorso che dobbiamo seguire non è più dal testo al contesto, ma, viceversa, dal contesto al testo. La vita della gente è il luogo teologico dal quale bisogna partire e dal quale si deve discernere che cosa lo Spirito dica alle Chiese di oggi.

Questa è la prima riflessione che ho voluto condividere con voi: prendere coscienza che lo studio della teologia non è una scelta individuale per acquisire una competenza ed esercitare un mestiere, ma una formazione cristiana per portare alla fede in Gesù tutte le persone per le quali Lui ha pregato.

Una seconda breve riflessione ce la offre l’episodio della vita di san Paolo, raccontatoci dagli Atti degli Apostoli. Davanti al Sinedrio, San Paolo grida: “Fratelli, io sono fariseo, figlio di farisei, sono chiamato in giudizio a motivo della speranza nella risurrezione dei morti”. In primo luogo, questa professione di fede farisaica di San Paolo ci consiglia una purificazione della parola fariseo, divenuta sinonimo di ipocrita. Il prof. Joseph Sievers, docente di Storia e letteratura giudaica all’Istituto Biblico, dice: “Se riconosciamo che gli ebrei di oggi si sentono discendenti dei farisei allora dobbiamo capire che non possiamo parlare male dei progenitori dei nostri amici”. Tra questi progenitori c’erano ottimi farisei come San Paolo, Nicodemo, Gamaliele.” Per il Sievers “Gesù era vicino ai farisei non solo con Nicodemo. Secondo il Vangelo di Matteo, molto polemico con i farisei, chi fa la domanda sul grande comandamento è un fariseo. E secondo il Vangelo di Marco in quel caso Gesù gli dice: tu non sei lontano dal Regno di Dio. Certamente non c’era unione di vedute su tutto ma su molte cose sì: come sull’attesa della resurrezione o nel campo della purezza e del matrimonio. E sulla Sacra Scrittura, che per Gesù era l’Antico Testamento, specialmente sui primi cinque libri”.

In secondo luogo, è molto importante riflettere sul motivo per cui San Paolo è chiamato in giudizio, ossia la speranza nella risurrezione dai morti. Questa speranza nella vita eterna ha animato i martiri di tutti i tempi, che hanno affrontato persecuzioni e morte. Oggi, bisogna rianimare quella speranza, messa in discussione da indifferenza, secolarismo, cultura scientista, come ribadisce il Card. Camillo Ruini nel suo libro C’è un dopo? La morte e la speranza. In questo volume, il Card. Ruini riferisce d’una sua visita ad una madre, per annunciarle la morte del figlio motociclista: “La donna ha taciuto per qualche istante, scrive, mentre il suo viso era stravolto dalla sofferenza. Poi ha detto semplicemente: “La Madonna ha sofferto di più”. Sento ancora quelle parole dentro di me”, scrive il Cardinale. “Per un sacerdote la morte è di casa, ma non è mai solo un fatto liturgico e nell’avanzare degli anni le parole di quella madre continuano ad acquistare senso: mi sostiene soprattutto il dono – così lo percepisco – della speranza che nasce dalla fede”. “Una speranza diversa dalle altre, non un desiderio sospeso nel vuoto perché consapevole che alla prova dei fatti potrebbe pur sempre rivelarsi illusorio, la speranza che poggia sulla fede, quella che ha reso tanti credenti, in ogni epoca e anche nel nostro tempo, capaci di affrontare la morte piuttosto che rinunciare alla fede stessa”. La resurrezione di Gesù non trasforma quindi in certezza razionale la speranza della vita eterna. Dà però a questa speranza un fondamento molto più solido di quello che la sola indagine razionale era in grado di assicurarle: la radica infatti nella storia e, per chi crede, le conferisce quella certezza interiore che proviene da Dio stesso ed è a fondamento di qualunque discorso sulla morte.

Cari fratelli e sorelle,
siate testimoni credibili del Vangelo; seminate speranza. La vostra missione è: portare la gente alla conoscenza e all’incontro con Gesù. Se l’avete incontrato personalmente lo potete raccontare. Se non l’avete incontrato lo potete solo insegnare. Ma non è la stessa cosa. Maria, custode delle parole di Gesù, vi insegni a custodire il suo mistero e a testimoniarlo con la vita.

Amen.

Oristano 19/06/2019 23:23

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E-mail: arcivescovosanna@gmail.com
(per interviste contattare il Direttore dell’Ufficio Comunicazioni Sociali)

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