Omelia per la messa di saluto alla Diocesi

(Cattedrale di Oristano, 30 giugno 2019)

Cari fratelli e sorelle,
Deus Caritas est. Con questo programma ho accettato la nomina di papa Benedetto a venire da voi come Vescovo, per annunciarvi il Vangelo di Gesù e promuovere l’unità e la comunione della Chiesa di Dio che è in Oristano. Circa 13 anni fa mi sono rivolto a voi non chiamandovi figlioli, perché non avevate esperienza della mia paternità. Questa è promessa dal ministero episcopale ma non era sperimentata da voi. Non vi potevo chiamare ancora fratelli, perché non appartenevo ancora alla famiglia arborense, nella quale mi sono inserito con umiltà e discrezione, confidando solo nella vostra benevolenza. Non vi ho chiamato fedeli, perché questa è la condizione di tutti i cristiani e non bastava a descrivere il mio rapporto con voi. Vi ho chiamato amici, perché questo è il modo con cui Gesù ha chiamato coloro che non lo avevano scelto ma lo avevano incontrato. Voi non mi avete scelto come vostro Vescovo. Mi avete incontrato come vostro Pastore, inviato a voi dal Vescovo di Roma e Vicario di Gesù Cristo. Come Pastore di questa Chiesa di Dio, con voi ho trascorso momenti di fede e di comunione, ho condiviso gioie e sofferenze, memorie e speranze; con voi oggi ringrazio il Signore per il dono della vita, della famiglia, della fede, della pienezza del sacerdozio.

Nell’episodio della vita di Eliseo, raccontatoci dal libro dei Re, si mette in evidenza il coraggio e la determinazione nell’accogliere la chiamata di Dio senza esitazione. Eliseo risponde alla chiamata del profeta abbandonando le sue dodici paia di buoi con cui arava, uccidendone un paio per offrire da mangiare alla gente, e mettendosi poi al servizio del profeta Elia. Dunque, il giovane Eliseo abbandona l’aratro, ossia la sua attività di agricoltore, e indossa il mantello del profeta Elia. Questa sua decisione è un grande esempio di disponibilità totale a seguire la chiamata divina. Quella stessa disponibilità che viene richiesta da Gesù a tutti coloro che vogliono seguirlo, dichiarando che chi pone mano all’aratro e poi si volge indietro non è adatto per il Regno di Dio (Lc 9, 62); che il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo (Lc 9, 58), e che, di conseguenza, chi lo segue deve essere disposto, sull’esempio dei primi cristiani, a considerare ogni patria come terra straniera e ogni terra straniera come patria. Per quanto mi riguarda, per diventare ed essere degno discepolo di Gesù, ho abbandonato la mia vita da teologo e, senza più voltarmi indietro, mi sono dedicato a fare con voi e per voi la teologia della vita.

Si può tradurre, ora, la decisione di andare avanti senza tornare indietro con le parole di San Paolo Apostolo: “camminare secondo lo Spirito” (Gal 5, 16). Il cristiano è colui che cammina secondo lo Spirito, senza voltarsi indietro, ma aprendosi al futuro di Dio. Uno può camminare secondo i suoi progetti, le sue inclinazioni, le sue abitudini, e raggiungere gli obbiettivi che si prefigge. Ma questo non è propriamente camminare secondo lo Spirito, anche se tutto ciò che è profondamente umano è anche profondamente cristiano. Camminare secondo lo Spirto comporta una totale apertura a Dio, un affidamento pieno alla sua volontà, un distacco netto da interessi terreni. Ho intrapreso questo cammino, affidandomi alla misericordia di Dio e alla fantasia dello Spirito. Ci sono stati giorni pieni di rabbia e delusione, di sconforto e solitudine. In quei momenti ho avuto la tentazione di scrivere al Papa e chiedergli di essere liberato dalla responsabilità di guida pastorale d’una Diocesi che faticava a riconciliarsi e a lavorare in comunione di sentimenti e di ideali. Ho ripensato, però, al simbolismo dell’anello che mi è stato donato nel rito dell’ordinazione, accompagnato dalle parole: “ricevi l’anello, segno di fedeltà, e nell’integrità della fede e nella purezza della vita custodisci la santa Chiesa, sposa di Cristo”, e ho capito che dovevo fidarmi di Dio e della sua protezione. D’altra parte, lungo il mio ministero ho incontrato splendidi testimoni di santità, praticata come “misura alta di vita cristiana”. Si dice che “il sorriso dura un istante; il suo ricordo dura tutta la vita”. Ebbene, nelle mie visite alle parrocchie, agli ospedali, alle nostre istituzioni caritative, ho incontrato tante persone che mi hanno sorriso. Ricorderò quei sorrisi. Non dimenticherò facilmente il gesto d’un amico di questa città, che, nell’augurarmi una felice conclusione della mia permanenza in Diocesi mi ha consegnato la chiave di casa, dicendomi: “Lei è sempre benvenuto”. Ovviamente, non chiedo la chiave di casa; basta la chiave del cuore. E siccome il cuore non conosce luoghi e tempi, custodirò sempre e dovunque affetti, ricordi, stima, preghiera.

Cari fratelli e sorelle,
il Vangelo di oggi ha dello sconvolgente per tutto quello che vi è narrato. Si incrociano Gesù, che si dirige senza tentennamenti verso Gerusalemme, come a mostrare il suo deciso amore che si farà morte e resurrezione, e, sulla sua strada, una serie di rifiuti e di proposte che mettono in crisi le nostre risposte all'invito di Gesù a seguirlo. Sin dalla prima lettera pastorale vi ho invitato a seguire Gesù “guardando sopra il sole”, ribadendo più volte la necessità di combattere la rassegnazione e lo scoraggiamento e di guardare le cose “con gli occhi di Dio”. Una comunità rassegnata non ha futuro. La storia di un popolo cambia se il popolo la vuole cambiare. La bellezza e la ricchezza delle nostre tradizioni d’arte e di fede ci spronano a diventare protagonisti d’un mondo dove sia ancora possibile sognare una comunità retta da più competenza e meno furbizia, da più trasparenza e meno corruzione, da più spirito di servizio e meno egoismo affarista. Sono convinto che si rassegna e si scoraggia solo chi non ha fede, chi confida solamente nelle sue forze, chi scambia il suo ruolo di amministratore della grazia con quello del doganiere di Dio. Nel mio ministero ho sempre ricordato, perciò, che noi non possediamo la grazia, ma la grazia possiede noi e siamo chiamati a dare voce ed azione allo Spirito che soffia dove, come, quando vuole.

In tutti questi anni, secondo una tradizione dell’Istituto di cui faccio parte, alla sera, ho sempre benedetto la famiglia diocesana e raccomandato al Signore le persone che mi avevano chiesto una preghiera. Manterrò questo impegno come dovere di gratitudine per i tanti doni ricevuti, e di fedeltà alle tante persone per le quali ho promesso di pregare. Quando Dio mi chiamerà alla pienezza della sua comunione, il mio corpo mortale riposerà in questa chiesa cattedrale, la cattedrale del mio episcopato, con la speranza, non la pretesa, di avere una preghiera di suffragio. D’ora in poi che non avrò più l’ombrello della comunità diocesana che pregherà “per il nostro vescovo Ignazio” dovrò supplire con la preghiera personale. Manterrò, comunque, la preghiera per questa comunità, diventata parte della mia vita, chiedendo al Signore del tempo e della storia di proteggerla e custodirla sotto il manto della sua misericordia e della sua bontà. Continuerò a incontrare persone che mi chiedono: “Padre, mi benedica”. Sarò lieto di farlo. Un Vescovo è consacrato per benedire. Ogni stagione della sua vita è una stagione di grazia. E ora, permettetemi di benedirvi con le parole d’un’antica benedizione gaelica: “la strada vi appaia sempre dinanzi / e il vento soffi alle vostre spalle; / la rugiada bagni l’erba su cui poggiate i passi / il sorriso brilli sul vostro volto / e il cielo vi copra di benedizioni. / Possa una mano amica / asciugare le vostre lacrime/ nel momento del dolore. / Possa il Signore Iddio / tenerci sul palmo della mano / fino al nostro prossimo incontro”.

Amen.

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Oristano 07/12/2019 23:53

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