Evangelizzare è l'unica missione

I Vescovi Italiani nella loro Assemblea annuale hanno discusso sulla nuova forma della presenza missionaria della Chiesa, che non può consistere semplicemente nei termini di un “rilancio” o di un “rinnovamento”...

Il criterio del “rilancio”, ha spiegato mons. Beschi, nella relazione in Assemblea, sottovaluta la problematica situazione dell’impegno missionario della Chiesa italiana: i missionari e le missionarie italiane sparse per il mondo, negli anni ‘90, erano circa 28.000. Oggi sono 7.000, e molti in età avanzata. I preti fidei donum prima del 2000 erano 713, oggi sono 403. Inoltre, il vento della missione sta cambiando direzione: ora spinge da Sud verso Nord. Crescono i

sacerdoti “non italiani” in servizio nelle diocesi disseminate sul territorio nazionale: sono 819 quelli oggi impegnati nella pastorale ordinaria e 646 coloro che, pur svolgendo studi teologici, prestano servizio pastorale nelle parrocchie. Il criterio del “rinnovamento” si espone al rischio dell’insufficienza, rispetto alle grandi e gravi questioni che la missione sta imponendo.

Una nuova presenza missionaria esige una nuova “forma” della missione della Chiesa italiana, capace di alimentarla e sostenerla. Questa nuova forma può essere delineata dalla soggettività del Popolo di Dio, dalla figura del “discepolo missionario” e dalla necessaria riconsiderazione della pregnanza dell’evento del Regno di Dio e del messaggio delle Beatitudini.

Il Vangelo, precisa mons. Beschi, ci propone un’icona che raccoglie e nello stesso tempo alimenta, ispira e genera la considerazione di questa “forma”. Si tratta del mandato che il Signore risorto affida alle donne e del processo che ne scaturisce: “Presto, andate a dire ai suoi discepoli: "È risorto dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete" (Mt 28,7). La “forma” della missione è connotata da questa “precedenza” del Risorto che, nel momento in cui viene riconosciuta, delinea la figura del “discepolo-missionario”, come indicata in Evangelii Gaudium: “Ogni cristiano è missionario nella misura in cui si è incontrato con l’amore di Dio in Cristo Gesù; non diciamo più che siamo “discepoli” e “missionari”, ma che siamo sempre “discepoli-missionari”. Se non siamo convinti, guardiamo ai primi discepoli, che, immediatamente dopo aver conosciuto lo sguardo di Gesù, andavano a proclamarlo pieni di gioia: Abbiamo incontrato il Messia (Gv1,41)”(EG 120).

La scelta pastorale fondamentale e generativa è dunque quella dell’evangelizzazione: la missione della Chiesa consiste proprio nell’evangelizzare. La situazione diversificata e complessa della Chiesa italiana conferma e rafforza la priorità dell'evangelizzazione che già costituiva l'intento fondamentale del Concilio Vaticano II e che sta alla base del cammino pastorale della Chiesa italiana in questi ultimi decenni.

Ci si interrogasse come la scelta dell’evangelizzazione abbia mutato il volto delle nostre parrocchie, disegnato sulla base di condizioni che in questo momento non esistono più; se abbia avviato processi di riconoscibile trasformazione o conversione pastorale e della pastorale; se abbia connotato e stia connotando l’esperienza di cooperazione tra le Chiese. È generativa in relazione alle opere della Chiesa e la loro connotazione missionaria? Ha trasformato le diverse “forme della missione”? Alimenta quell’attrazione che supera ogni forma di proselitismo? Altri interrogativi si possono aggiungere, a partire dalla convinzione della necessità di una rivisitazione critica delle forme che la Chiesa ha assunto o conservato nella sua missione evangelizzatrice.

Le motivazioni dell’azione pastorale si possono purificare, si possono implementare gli sforzi per un vera missionarietà e soprattutto chiamare tutte le comunità parrocchiali, gli istituti religiosi e le associazioni laicali, così come i movimenti, a ricevere nuovamente il mandato missionario, lasciando all’iniziativa, alla creatività e fantasia dello Spirito Santo, un vero e ampio raggio di azione.

di ✞ Ignazio Sanna

Oristano 07/12/2019 23:51

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