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Lettera Pastorale

Custodi del Mistero di Cristo

La dimensione umana della santità

La dimensione umana della santità

  1. La dimensione umana della santità in San Giovanni Paolo II

Nella Lettera apostolica Novo millennio ineunte (6 gennaio 201), San Giovanni Paolo II ha invitato a porre “la programmazione pastorale nel segno della santità”, per “esprimere la convinzione che, se il Battesimo è un vero ingresso nella santità di Dio attraverso l'inserimento in Cristo e l'inabitazione del suo Spirito, sarebbe un controsenso accontentarsi di una vita mediocre, vissuta all'insegna di un'etica minimalistica e di una religiosità superficiale... E' ora di riproporre a tutti con convinzione questa «misura alta» della vita cristiana ordinaria: tutta la vita della comunità ecclesiale e delle famiglie cristiane deve portare in questa direzione” (n.31). In effetti, con i 1338 beati e 482 santi Papa Woityla ha proclamato più di un quarto dell'intero martirologio della Chiesa dalle origini ad oggi, ed ha polverizzato ogni record di promozione alla santità anche con la semplificazione del ricorso alla prova dei miracoli. Infatti, dei complessivi 1820 promossi, più di tre quarti sono martiri e dal 1975 i martiri non sono più tenuti ad esibire miracoli per varcare almeno la prima soglia, la beatificazione. In definitiva, san Giovanni Paolo II ha voluto mettere in rilievo che c'è una santità diffusa, presente e operante nella testimonianza discreta e silenziosa dei cristiani che vivono nella famiglia, nella scuola, nel lavoro, nella vita sociale, forse mai riconosciuta ufficialmente, ma non per questo meno gradita agli occhi di Dio o meno efficace all'interno della Chiesa e del mondo.

  1. La dimensione umana della santità in Francesco

Sulla sua scia, Papa Francesco, nell’esortazione apostolica Gaudete et Exultate (19 marzo 2018), ha scritto: “Tutti siamo chiamati ad essere santi vivendo con amore e offrendo ciascuno la propria testimonianza nelle occupazioni di ogni giorno lì dove si trova. Sei una consacrata o un consacrato? Sii santo vivendo con gioia la tua donazione. Sei sposato? Sii santo amando e prendendoti cura di tuo marito, di tua moglie […]. Hai autorità? Sii santo lottando a favore del bene comune e rinunciando ai tuoi interessi personali” (GE, 14). In ultima analisi, la santità della porta accanto si costruisce con i gesti semplici di cui è intessuta la ferialità: “Per esempio: una signora va al mercato a fare la spesa, incontra una vicina e inizia a parlare e vengono le critiche. Ma questa signora dice dentro di sé: “No, non parlerò male di nessuno”. Questo è un passo verso la santità” (GE, 16). In altri termini, la via della santità non è fatta di gesti eroici ma di gesti ordinari compiuti, però, in modo straordinario, come quelli del cardinale vietnamita Van Thuan. Costui, nel suo diario della prigione, così si esprimeva: “Vivo il momento presente, colmandolo di amore [...]; afferro le occasioni che si presentano ogni giorno, per compiere azioni ordinarie in un modo straordinario” (GE, 17). Don Tonino Bello, dal suo canto, proponeva ai cristiani la santità feriale con l’esempio della Madonna, che pregava come “donna feriale”: “Santa Maria, donna feriale, forse tu sola puoi capire che questa nostra follia di ricondurti entro i confini dell'esperienza terra terra, che noi pure viviamo, non è il segno di mode dissacratorie. Se per un attimo osiamo toglierti l'aureola, è perché vogliamo vedere quanto sei bella a capo scoperto. Se spegniamo i riflettori puntati su di te, è perché ci sembra di misurare meglio l'onnipotenza di Dio, che dietro le ombre della tua carne ha nascosto le sorgenti della luce”.

  1. La santità e la misura di divino nella vita

In concreto, il magistero degli ultimi papi ha sottolineato la dimensione creaturale e naturale del cammino verso la santità, per la semplice ragione che il cammino dei santi ha fatto sempre un corretto uso dei beni della creazione uscita dal cuore di Dio, il santo per eccellenza. La vita dei santi è la massima glorificazione della natura umana, perché in essa più che mai la natura si è rivelata "la narrazione della gloria di Dio" (cfr. Sal 8). In nessun altro caso come nella vita dei santi si è realizzata la significativa equazione di K. Barth: leben ist loben: vivere è lodare. E' questo cammino dei santi, quindi, che bisogna evidenziare sempre meglio, per renderlo percorribile da tutti i fedeli che nutrono l'ideale della perfezione cristiana. La santità è lo stato di colui che giunge a mettere il più di divino possibile nella vita, portando al massimo le sue capacità naturali, intellettuali, morali. Paolo VI, nel novembre 1963, nell'omelia che tenne per la beatificazione del Servo di Dio Leonardo Murialdo, precisò opportunamente che "ci piace conoscere la figura umana piuttosto che la figura mistica o ascetica di lui; vogliamo scoprire nei santi ciò che a noi li accomuna, piuttosto che ciò che da noi li distingue, li vogliamo portare al nostro livello; li vogliamo trovare fratelli della nostra fatica, partecipi di una comune pesante condizione terrena".

Il voler sottolineare la dimensione antropologica del cammino della santità, ovviamente, non comporta la riduzione della santità ad uno sforzo meramente umano, ad una esaltazione dell'ascesi umana. Sono ben cosciente della necessaria presenza della grazia di Dio nell'itinerario della santità, saggiamente ribadita da una massima di Pascal: "Per fare di un uomo un santo bisogna assolutamente che agisca la grazia di Dio; chi ne dubita non sa né cosa sia un santo né cosa sia un uomo." La santità, dunque, rimane una realtà soprannaturale che non si risolve nello sforzo puramente umano, né in una perfezione di tipo naturalistico. Essa ha origine in Dio, dallo Spirito di Cristo, che diffonde la carità nel cuore dei credenti (Rm 5, 5). E' una realtà, quindi, irriducibile ad una mera perfezione naturale dell'uomo.

  1. La dimensione umana della santità in P. Felice Prinetti

Vogliamo, ora, scorgere qualche aspetto di questa dimensione umana della santità nella vita del servo di Dio P. Felice Prinetti, che amava ripetere: “Se non mi faccio santo, sono peggio di un traditore”. E, in una predica durante gli esercizi spirituali ai sacerdoti, diceva: “Abbiamo tanto bisogno di santi. I fatti sono lì: siamo 7.500 preti in Italia, ma i frutti dove sono? Non è un pensiero che fa tremare?” Un altro giorno esclamò: “Se il mondo vede in noi dei comodi commensali della casa di Dio, anziché martiri di una vocazione eroica, non ha diritto di domandare: perché costui si è fatto prete?” Come per il cardinale Van Thuan, dunque, anche la via della santità del Prinetti consisteva nel vivere la vita ordinaria del religioso Oblato di Maria Vergine in modo straordinario. Per analogia, la sua via può essere paragonata a quella del gesuita San Giovanni Berchmans, canonizzato da Leone XIII nel 1888 non per aver fatto delle cose straordinarie o compiuto dei miracoli, ma per aver osservato scrupolosamente la Regola. Per il Prinetti, secondo A. Donghi, “la stretta e rigida osservanza delle regole, fin dal noviziato, era l’espressione di una viva coscienza d’appartenere a Dio, di elaborare ogni scelta nella luce della morte del Signore per essergli conformi, ad imitazione dei consigli di Paolo ai discepoli di Filippi (cfr. Fil 1, 21; 3, 10-14)…In un mondo nel quale oggi il soggetto diventa il signore dei propri atteggiamenti e li legge in chiave di soddisfacimento psicologico e individualistico, il consacrato vede e vive ogni atteggiamento come una vivente confessione di amore alla tre Persone che non cessano di operare meraviglie in ogni credente” (A. Donghi, Nel Signore, per dilatare la speranza, Oristano 2006, p. 76).

  1. L’obbedienza come cammino di santità

Un aspetto decisivo della dimensione umana della santità, in una vita scandita dalla Regola, è sicuramente la pratica della virtù dell’obbedienza e P. Prinetti è stato un testimone di vera obbedienza. “Sappiamo bene, scrive Marco Cardinali, che ogni atto ufficiale o incarico che P. Felice abbia accettato era stato sempre per obbedienza, mai per mettersi in mostra o primeggiare, anche se naturalmente in ogni campo in cui operava metteva del suo, cioè, quei particolari talenti e doti che Dio gli aveva donato, il tutto senza servilismo, in un atteggiamento di carità e verità di chi sa che a guidare non è lui, ma Dio” (M. Cardinali, L’umiltà della misericordia. Vita e opera del Venerabile P. Felice Prinetti, O.M.V., Città del Vaticano 2015, p. 76). Per P. Felice, come egli stesso afferma: “ il superiore ha diritto, oltre che all’obbedienza, al rispetto. Gesù è presente sotto i veli dell’eucaristia, sotto i lineamenti del povero, sotto l’immagine del legittimo superiore, ma è spesso respinto dall’orgoglio naturale […] Si obietta: ma egli utilizza il mio rispetto a profitto del suo egoismo! Rispondo: ebbene, voi, servendo Dio in un tale uomo vi sollevate alla vera grandezza cristiana” (P.F. Prinetti, Istruzioni, Cagliari 1969, pp. 15-16). P. Prinetti ha sempre nutrito sincero rispetto per l’autorità ecclesiastica, sia nella persona dei Superiori della Congregazione che nella persona del Vescovo delle Chiese locali, dove l’obbedienza l’ha chiamato ad operare. Con grande spirito di fede, egli ha sempre visto nella persona del Vescovo il testimone del Risorto e la manifestazione della volontà di Dio, sapendo sempre guardare oltre i limiti umani insiti in ogni forma di governo ecclesiale e ministero pastorale.

  1. L’obbedienza come ascolto della voce dello Spirito

L’obbedienza e l’amore alla Chiesa sono la cartina di tornasole dell’autenticità della vita e delle opere dei Fondatori. Nella loro vita, infatti, c’è sempre il momento della prova, dell’incomprensione, dell’intervento della Gerarchia, dello scandalo dei custodi delle tradizioni, e dal loro comportamento in queste circostanze si capisce se si è di fronte a un santo o a un esaltato. Per quanto riguarda il P. Felice Prinetti, possiamo dire anzitutto che sebbene la sua formazione fosse militare, la sua obbedienza non è stata affatto di carattere militare. L’obbedienza militare, infatti, consiste nell’esecuzione pura degli ordini del comandante, siano essi condivisi sinceramente e onestamente o sopportati con finta rassegnazione. Nel linguaggio popolare si dice: “il capo ha sempre ragione”, a prescindere. La virtù dell’obbedienza, invece, consiste principalmente nell’ascolto della voce dello Spirito, mediata dalla voce della Chiesa. Il salmista descrive molto bene e dona accenti poetici a questa voce dello Spirito quando prega implorando la Parola come lampada per i suoi passi e luce per il suo cammino (cfr. Sal 119, 105). In ultima analisi, per il cristiano, praticare l’obbedienza vuol dire rinunciare a fare i suggeritori di Dio per chiedere a Lui di fare la nostra volontà e di concederci tutto quello che noi gli chiediamo. Gesù non ha fatto così. Nell’orto degli ulivi si è rivolto a Dio suo Padre dicendogli: “Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia, non sia fatta la mia ma la tua volontà” (Lc 22, 42). Il cristiano che vuole imitare Gesù, perciò, si rivolge a Dio per chiedere la forza e la capacità di fare sempre e comunque la sua volontà. In fondo, chiedere la forza di fare la volontà di Dio vuol dire dimostrare di avere fiducia nella sua potenza e nella sua bontà, perché Egli dispone tutte le cose per il bene e la salvezza di ogni uomo. Dalle note della biografia di P. Felice Prinetti si evince chiaramente che egli ha sempre dimostrato molto coraggio nel fare la volontà di Dio e nel prestare fiducia piena alla Provvidenza ogni volta che lo Spirito ha parlato per mezzo della Chiesa. Proprio come fanno i santi.

+ Ignazio Sanna

in Le Figlie di San Giuseppe, 3(2020) pp. 13- 16.

 

 

 

 

 
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