Omelia per la messa di ringraziamento e canto del Te Deum

(Cattedrale di Oristano, 31 dicembre 2018)

Cari fratelli e sorelle,
la tradizione vuole che alla fine dell’anno si facciano le meditazioni sul tempo, si passino in rassegna i protagonisti della politica, dello sport, dello spettacolo, si tirino le somme di quanto è stato fatto o non fatto lungo tutto il corso dell’anno, si ringrazi, si chieda scusa, si prometta, si programmi. La cura di questi sentimenti è molto importante, perché aiuta a custodire la memoria e

ad avere il senso della storia. Io, però, questa sera, vorrei presentarvi una riflessione sul futuro e non sul passato, e suggerirvi una possibile regola di vita spirituale. Lo faccio con l’aiuto dell’esortazione apostolica di Papa Francesco sulla santità, che porta il titolo Gaudete et exultate, ed è sostanzialmente un invito a praticare la “santità della porta accanto”, ossia la santità senza altare. Il cuore del documento sono le Beatitudini e la pratica della carità, così come viene descritta dal capitolo 25 del Vangelo di San Matteo. “La forza della testimonianza dei santi, scrive il Papa, sta nel vivere le Beatitudini e la regola di comportamento del giudizio finale, secondo Marco 25. Sono poche parole, semplici, ma pratiche e valide per tutti, perché il cristianesimo è fatto soprattutto per essere praticato, e se è anche oggetto di riflessione, ciò ha valore solo quanto ci aiuta a vivere il Vangelo nella vota quotidiana (GE, 109). La procedura per vivere la santità il Papa la chiama protocollo. Nell’incontro con i giovani argentini a Rio del Janeiro, nel 2013, ha, infatti, risposto così ad una domanda: “Che cosa dobbiamo fare, padre? Guarda, leggi le Beatitudini che ti faranno bene. Se vuoi sapere che cosa devi fare concretamente, leggi Matteo capitolo 25, che è il protocollo con il quale verremo giudicati. Con queste due cose avete il piano d’azione: le Beatitudini e Matteo 25. Non avete bisogno di leggere altro”. L’esortazione apostolica Gaudete et exultate definisce il protocollo “la grande regola di comportamento” (GE, 95).

Seguendo una proposta del gesuita argentino P. Diego Fares, discepolo del Papa, vorrei ora stilare questo protocollo di vita spirituale in quattro punti. Il primo punto è l’ottimismo ad oltranza. Nel perseguire i nostri obbiettivi dobbiamo vincere la tentazione dello spirito della sconfitta. “Chi comincia senza fiducia, scrive il Papa, ha perso in anticipo metà della battaglia e sotterra i propri talenti. Il trionfo cristiano è sempre una croce, ma una croce che al tempo stesso è vessillo di vittoria, che si porta con una tenerezza combattiva contro gli assalti del male. “Lo spirito disfattista, aggiunge il Papa, ci tenta per farci imbarcare nelle cause perse”. Allontaniamo, perciò, questo spirito disfattista, e guardiamo i meravigliosi esempi di bontà, di generosità, di solidarietà della nostra gente. Questi ci assicurano che un mondo più giusto è possibile.

Il secondo punto è lo spirito di fede. E’ un invito ad allenarci a guardare la vita delle persone e gli eventi della storia con gli occhi di Dio. La visione soprannaturale delle cose ci aiuta ad affrontare soprattutto il mistero del male. Il Maligno non è un mito, una rappresentazione, un simbolo o un’idea. Il Maligno esiste e insidia continuamente la nostra vita di fede. Proprio per questo motivo, Gesù, nella preghiera del “Padre nostro”, ci insegna a chiedere di essere liberati dal Maligno. A questo riguardo, precisa il Papa, bisogna pensare al male soltanto per respingerlo, senza entrare in dialogo con esso. Bisogna stare attenti a non cercare spiegazioni razionali per la realtà del male. Il male non è spiegabile. Se lo fosse non sarebbe più male. Davanti alla manifestazione suprema del male che è la morte le parole umane sono deboli. E’ più forte il silenzio, come quello dei tre amici di Giobbe che, di fronte alle sue disgrazie, per sette giorni e sette notti, stettero in silenzio in sua compagnia (Cfr. Gb 2, 13). Nella Sacra Scrittura il Maligno è presente dalla prima pagina della Genesi fino all’ultima dell’Apocalisse. Perciò, il suo mistero, secondo il Papa, va affrontato solo a partire dalle fonti della Rivelazione e non dalla fatalità o dalla malizia del destino.

Il terzo punto è un invito a pensare in grande. Il Papa lo formula in questo modo: “Non smettere di sognare e di offrire al Signore una dedizione più bella” (GE 163). Il Signore “ci vuole santi e non si aspetta che ci accontentiamo di un’esistenza mediocre, annacquata, inconsistente” (GE, 1),. Guai a mortificare con il minimo sindacale di impegno missionario la testimonianza della gioia e la bellezza del Vangelo! Ai Padri Sinodali il Papa ha raccomandato: “Che lo Spirito ci dia la grazia di essere Padri sinodali unti col dono dei sogni e della speranza, perché possiamo, a nostra volta, ungere i nostri giovani col dono della profezia e della visione. La speranza ci interpella, ci smuove e rompe il conformismo del “si è sempre fatto così”; ci chiede di lavorare per rovesciare le situazioni di precarietà, di esclusione e di violenza. Agli stessi giovani ha chiesto sempre di scendere dal balcone, per vivere ed operare in mezzo alla gente; di lasciare le poltrone del salotto per uscire a sporcarsi le mani nel servizio alla povera gente.

Il quarto punto è la gioia dei piccoli passi. Il Papa utilizza una massima gesuitica secondo la quale non bisogna “avere limiti per la grandezza, per il meglio e il più bello, ma nello stesso tempo concentrarsi sul piccolo, sull’impegno dell’oggi” (GE 169). Noi traduciamo questa massima dicendo che ogni grande viaggio comincia con un piccolo passo. Anche il grande viaggio della santità comincia con piccoli passi. Nessuno, infatti, nasce perfetto, ma tutti siamo perfettibili. Nessuno nasce santo, ma tutti siamo chiamati alla santità. E’ sempre valida la massima secondo cui “nella vita di ogni santo c’è un passato, ed in quella di ogni peccatore c’è un futuro”. Perciò, non lasciamoci condizionare dal passato, perché di nostalgia si muore, mentre di speranza si vive. Si può sempre migliorare e ricominciare da capo. Il cielo non è per gli eroi,

perché questi dimostrano solo che cosa sia capace di fare l’uomo, ma per i santi, che rivelano che cosa sia capace di fare Dio.

Cari fratelli e sorelle,
“Maria coroni queste riflessioni, perché lei ha vissuto come nessun altro le Beatitudini di Gesù. Ella è colei che trasaliva di gioia alla presenza di Dio, colei che conservava tutto nel suo cuore e che si è lasciata attraversare dalla spada. È la santa tra i santi, la più benedetta, colei che ci mostra la via della santità e ci accompagna. Lei non accetta che quando cadiamo rimaniamo a terra e a volte ci porta in braccio senza giudicarci”. Lei che ha saputo custodire nel suo cuore le parole del suo Figlio Gesù ci insegni a seguirLo sempre, perché Egli solo “ha parole di vita eterna” (Gv 6, 68) ed ha promesso di stare con noi “tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20).

Amen.

Oristano 10/07/2020 02:17

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