Commemorazione dei Defunti

Cimitero cittadino, 2 novembre 2016

Molteplici sono le ragioni che giustificano e accompagnano la celebrazione dell’Eucaristia in questo cimitero. La prima ragione è il dovere della preghiera per i nostri morti, documentato sin dall’inizio della civiltà umana e dalla tradizione biblica. L’inizio della civiltà umana viene fatto coincidere con il giorno in cui l’uomo ha deposto un fiore sulla tomba dei morti. Quel gesto ha stabilito un rapporto tra la vita e la morte, tra l’oblio e la memoria, l’indifferenza e la compassione.

L’uomo è nato per entrare in relazione con l’altro. Ha bisogno di relazione, di dialogo, di reciprocità, di amare e di essere amato. Non può vivere da solo. Ora, il suo bisogno di relazione non si interrompe con la morte, ma continua ad essere sentito anche oltre il suo confine. La preghiera e il ricordo gratificano questo bisogno di relazione.

La tradizione biblica, dal suo canto, si rifà al gesto simbolico di Giuda Maccabeo, che ordinò un sacrificio per espiare il peccato dei soldati morti in battaglia. Questi avevano tradito l’alleanza con Dio e si erano affidati alle divinità pagane. Quando, infatti, dopo la battaglia, si andò a recuperare i cadaveri per la sepoltura, si scoprì che la catenina che i soldati morti portavano al collo era dedicata alle divinità pagane. Avevano, cioè, commesso un gravissimo peccato di idolatria e per questo sono morti. “Il nobile Giuda fatta una colletta, con tanto a testa, per circa duemila dramme d'argento, le inviò a Gerusalemme perché fosse offerto un sacrificio espiatorio, agendo così in modo molto buono e nobile, suggerito dal pensiero della risurrezione. Perché se non avesse avuto ferma fiducia che i caduti sarebbero risuscitati, sarebbe stato superfluo e vano pregare per i morti. Ma se egli considerava la magnifica ricompensa riservata a coloro che si addormentano nella morte con sentimenti di pietà, la sua considerazione era santa e devota. Perciò egli fece offrire il sacrificio espiatorio per i morti, perché fossero assolti dal peccato” (cfr. 2Mc 12, 43-45). In ultima analisi, la preghiera per i morti nella visita ai cimiteri è un modo eloquente di continuare il legame con loro, nel conforto della memoria e con la forza della speranza.

La seconda ragione, intimamente legata alla prima, e della quale costituisce il fondamento, è la professione della fede nella risurrezione. La risurrezione di Gesù e, di conseguenza, la risurrezione dei morti è il fondamento del cristianesimo. Senza la fede nella vita eterna perde significato il dolore per la morte dei nostri cari. Con la fede nella vita eterna possiamo conservare meglio i sentimenti di affetto e di amore. Nella risurrezione, Gesù ci ha donato il suo Spirito, lo stesso principio della sua attuazione, in virtù del quale ha condotto a termine la sua esistenza storica e dalla cui forza è stato risuscitato dai morti. Egli, così, è diventato il principio della nuova vita per tutti gli uomini. Il suo essere uomo è diventato paradigmatico per quello di tutti gli uomini. Grazie allo Spirito Santo che si concede a noi come Spirito di Gesù, possiamo partecipare tutti nella filiazione divina, che solo Egli possiede originariamente. Il principio della nostra esistenza è lo stesso che animò quella di Gesù.

La terza ragione è il rifiuto della privatizzazione della morte. La recente Istruzione della Congregazione per la Dottrina della Fede sulla sepoltura dei defunti e la conservazione delle ceneri in caso di cremazione, ha ribadito anzitutto che la risurrezione di Gesù è la verità culminate della fede cristiana, predicata come parte essenziale del mistero pasquale fin dalle origini del cristianesimo. Mediante la sua morte e risurrezione Cristo ci ha liberato dal peccato e ci ha dato accesso a una nuova vita. Inoltre, il Cristo risorto è principio e sorgente della nostra risurrezione futura.

Se si tiene presente l’evento della morte, sepoltura, risurrezione del Signore, la forma più idonea per esprimere la fede e la speranza nella risurrezione corporale è l’inumazione. Seppellendo i corpi dei fedeli defunti, la Chiesa conferma la fede nella risurrezione della carne e mette in rilievo l’alta dignità del corpo umano come parte integrante della persona della quale il corpo condivide la storia. Non può permettere, quindi, atteggiamenti e riti che coinvolgono concezioni errate della morte, ritenuta sia come l’annullamento definitivo della persona, sia come momento della sua fusione con la Madre natura o con l’universo, sia come una tappa nel processo della re-incarnazione, sia come la liberazione definitiva della prigione del corpo.

La sepoltura dei corpi dei fedeli defunti nei cimiteri o in altri luoghi sacri favorisce il ricordo e la preghiera da parte dei familiari e di tutta la comunità cristiana, nonché la venerazione dei martiri e dei santi. Mediante la sepoltura dei corpi nei cimiteri, la tradizione cristiana ha custodito la comunione tra i vivi e i defunti e si è opposta alla tendenza a occultare o privatizzare l’evento della morte e il significato che esso ha per i cristiani. Le loro tombe diventavano luoghi di preghiera, della memoria e della riflessione. I fedeli defunti fanno parte della Chiesa, che crede alla comunione “di coloro che sono pellegrini su questa terra, dei defunti che compiono la loro purificazione e dei beati del cielo; tutti insieme formano una sola Chiesa”.

Cari fratelli e sorelle,

la Parola di Dio che è stata proclamata rafforza queste ragioni. Nel Vangelo, Gesù promette la vita eterna e la risurrezione nell’ultimo giorno a chi crede in Lui (Gv 6, 41). A Marta, la sorella di Lazzaro, Gesù disse: “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno. Credi tu questo”? Marta gli rispose: “Si, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che deve venire nel mondo” (Gv 11, 26-27). Un altro giorno, però, in un colloquio con i suoi discepoli, Gesù disse: “Ma il Figlio dell’Uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?” (Lc 18, 8). In altri termini, si vive ancora credendo in Dio, rispettando le tradizioni religiose, ispirando il comportamento e le scelte della vita al Vangelo? La domanda di Gesù ci spinge ad affidare a Dio il senso della vita e della morte, la fatica del presente e la speranza del futuro. Se i dati sono confermati, la Sardegna ha il triste primato dello sbattezzo dei giovani, ossia di coloro che rifiutano l’appartenenza alla Chiesa cattolica, vogliono fare a meno di Dio, si affidano al cieco destino. Ma il salmista ci avverte che “Se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori.” (Sal 126, 1-3). Bisogna fare di tutto, allora, per costruire la nostra casa con la finestra aperta sul cielo dell’eternità, perché la nostra patria è nel cielo (cfr. Eb 13, 14). In cielo sono i nostri morti. Verso il cielo siamo tutti pellegrini.


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S.E. Monsignor Ignazio Sanna
Arcivescovo Emerito di Oristano

Presidente della Pontificia Accademia di Teologia

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