Commemorazione dei Defunti

Cimitero cittadino, 2 novembre 2012

Ieri, nella solennità di tutti i santi, abbiamo levato lo sguardo in alto, alla città santa, per pregare coloro che hanno compiuto il pellegrinaggio terreno e vivono nella comunione piena con Dio. Oggi volgiamo lo sguardo in basso, sulla città terrena,  e veniamo in questo cimitero, per pregare sulle tombe dei parenti, degli amici, dei conoscenti, che riposano nella pace del Signore.

Il ritrovarci per la commemorazione dei fedeli defunti, che, nella forma attuale, risale al secolo X, è un’occasione privilegiata per unirci spiritualmente ai nostri cari, che, dal cielo, vegliano con amore sulle fatiche e le gioie delle nostre giornate, nonché per celebrare il mistero pasquale di Cristo Signore. Nella celebrazione delle esequie, infatti, noi preghiamo che i nostri cari, incorporati per il battesimo a Cristo morto e risorto, passino con lui dalla morte alla vita e vengano accolti con i santi e gli eletti nel cielo.

Oggi commemoriamo i nostri defunti nel contesto dell’anno della fede, indetto dal papa per ricordare il cinquantesimo anniversario dell’inizio del Concilio Vaticano II, che, in un suo documento sulla presenza della Chiesa nel mondo contemporaneo, ci rivolge parole di conforto e di speranza sulla realtà della morte.

“In faccia alla morte, scrive il Concilio, l'enigma della condizione umana raggiunge il culmine. L'uomo non è tormentato solo dalla sofferenza e dalla decadenza progressiva del corpo, ma anche, ed anzi, più ancora, dal timore di una distruzione definitiva. Ma l'istinto del cuore lo fa giudicare rettamente, quando aborrisce e respinge l'idea di una totale rovina e di un annientamento definitivo della sua persona.

Il germe dell'eternità che porta in sé, irriducibile com'è alla sola materia, insorge contro la morte. Tutti i tentativi della tecnica, per quanto utilissimi, non riescono a calmare le ansietà dell'uomo: il prolungamento di vita che procura la biologia non può soddisfare quel desiderio di vita ulteriore, invincibilmente ancorato nel suo cuore. Se qualsiasi immaginazione vien meno di fronte alla morte, la Chiesa invece, istruita dalla Rivelazione divina, afferma che l'uomo è stato creato da Dio per un fine di felicità oltre i confini delle miserie terrene. Inoltre la fede cristiana insegna che la morte corporale, dalla quale l'uomo sarebbe stato esentato se non avesse peccato, sarà vinta un giorno, quando l'onnipotenza e la misericordia del Salvatore restituiranno all'uomo la salvezza perduta per sua colpa. Dio infatti ha chiamato e chiama l'uomo ad aderire a lui con tutto il suo essere, in una comunione perpetua con la incorruttibile vita divina. Questa vittoria l'ha conquistata il Cristo risorgendo alla vita, liberando l'uomo dalla morte mediante la sua morte. Pertanto la fede, offrendosi con solidi argomenti a chiunque voglia riflettere, dà una risposta alle sue ansietà circa la sorte futura; e al tempo stesso dà la possibilità di una comunione nel Cristo con i propri cari già strappati dalla morte, dandoci la speranza che essi abbiano già raggiunto la vera vita presso Dio” (GS, 18).

Noi rinnoviamo questa fede nella risurrezione dei morti ogni volta che professiamo il simbolo apostolico nella celebrazione della messa. La fede che professiamo relativizza gli interessi terreni, riduce la durata delle gioie e delle sofferenze, promette la vita eterna. Questa vita ultraterrena non la possiamo vedere con gli occhi del corpo. La intravediamo solo con gli occhi della fede, che illumina i passi del nostro pellegrinaggio terreno. La Parola di Dio dell’odierna celebrazione, per bocca di Giobbe, evoca questa vita ultraterrena, rassicurandoci che “dopo che la nostra pelle sarà strappata via, senza la nostra carne, vedremo Dio. Noi lo vedremo, noi stessi, i nostri occhi lo contempleranno e non altri” (cfr. Gb, 19, 27).  Alla luce di questa promessa, nessun uomo, per il cristiano, è abbandonato al destino. Tutti siamo figli di Dio e, come tali, siamo amati, perdonati, accolti tra le braccia del Padre. “La speranza non delude”, ci ricorda S. Paolo. Essa alimenta la fiducia in Dio Padre, “fedele in tutte le sue promesse, e santo in tutte le sue opere” (Sal 144, 13). Tutta la nostra vita è un dispiegarsi della promessa divina, che non fallisce e non inganna. Essa può essere tradita solo dalla nostra libertà, ossia dalla tragica possibilità di voltare le spalle all’amore di Dio, nell’illusione che si possa vivere e morire come se Dio non esistesse. Dio, invece, esiste, e la sua volontà  ha stabilito che Gesù Cristo, che ci ha riconciliato quando eravamo ancora deboli e peccatori, non “perda nulla di quanto egli gli ha dato, ma lo risusciti nell’ultimo giorno” (cfr. Gv 6, 38).    

Come vedete, cari fratelli e sorelle, la fede cristiana introduce nella storia un modo nuovo di considerare la morte. La domanda che essa pone continuamente sul senso ultimo dell’esistenza umana, infatti, trova risposta nella promessa di Gesù di non abbandonare nessuno nel suo peccato e nella sua infelicità. Di conseguenza, la morte non è la scomparsa nel nulla, la caduta nel mondo dell’oblio. Essa, per il cristiano, si colloca nel solco della stessa morte di Cristo, in cui “rifulge a noi la speranza della beata risurrezione”. La fede cristiana ci rassicura che “se ci rattrista la certezza di dover morire, ci consola la promessa dell’immortalità futura. La vita, infatti, non è tolta, ma trasformata; e mentre si distrugge la dimora di questo esilio terreno, viene preparata un’abitazione eterna nel cielo”. Sono in molti a piangere e soffrire per le troppe morti bianche nei cantieri di lavoro. Queste, negli ultimi mesi, si sono aggiunte a quelle sul terreno di guerra in paesi lontani e a quelle sulle strade delle nostre città e dei nostri paesi. Il dolore per queste morti è forte, come lo è quello per le morti precoci o per le morti sul letto degli ospedali e delle case di cura. Per tutti eleviamo la nostra preghiera di intercessione a Dio, “Padre della misericordia e Dio di ogni consolazione” (2Cor 1, 3). Possano la forza della fede e il conforto degli amici rendere meno dura la sofferenza e meno pesante la solitudine!

La Parola di Dio ci esorta: “non provocate la morte con gli errori della vostra vita, non attiratevi la rovina con le opere delle vostre mani, perché Dio non ha creato la morte e non gode per la rovina dei viventi. Egli infatti ha creato tutto per l’esistenza” (Sap 1, 12-13). Siamo esortati, quindi, ad accogliere la vita come un dono, rispettarla in tutti i luoghi e in tutti i tempi, ponendola nelle mani di Dio, che, secondo le parole di Giobbe, è benedetto sia quando egli da, sia quando egli toglie (cfr. Gb 1, 21). In altri termini, vogliamo benedire il Signore in ogni momento della nostra vita, nell’ora della gioia e in quella della prova, nell’evento felice della nascita e nella circostanza dolorosa della morte. “Cristo è la nostra pace” (Ef 2, 14) ci assicura S. Paolo. “Nella sua volontà è nostra pace”, ci ripete Dante nel Canto Terzo del Paradiso.

Cari fratelli e sorelle,

a conclusione di questa commemorazione che evoca sofferenze, affetti, ricordi, promesse, imploriamo la pace del Signore per i nostri cari che sono nel cielo, e per tutti noi che attendiamo “la beata speranza e la venuta del nostro Salvatore Gesù Cristo”.


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S.E. Monsignor Ignazio Sanna
Arcivescovo Emerito di Oristano

Presidente della Pontificia Accademia di Teologia

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