Commemorazione dei Defunti

Cimitero cittadino, 2 novembre 2014

Ci sono tanti riti nella nostra vita che si ripetono con scadenze regolari, talvolta senza convinzione interiore e spesso con molto formalismo esteriore. Questa celebrazione del mistero della morte e della risurrezione di Cristo all’interno del cimitero, però, non è per nessuno di noi un rito privo di passione e di coinvolgimento personale. Ognuno di noi, infatti, porta nel cuore le ferite per la perdita di un familiare, di un parente, di un amico.

E queste ferite, difficili da rimarginare, riaccendono i sentimenti di dolore, perché il ricordo delle persone care non muore mai e riacquista attualità e vigore proprio nella circostanza in cui la Chiesa fa memoria di tutti i fedeli defunti. Come comunità ecclesiale, vogliamo raccomandare alla misericordia di Dio Padre tutti coloro che sono morti in quest’anno 2014. Nella convinzione  acquisita da S. Agostino che "coloro che amiamo e che abbiamo perduto, non sono più dove erano, ma sono ovunque noi siamo ", ricordiamo in modo particolare i quattro sacerdoti che sono morti nell’arco dell’anno, lasciando memoria di esemplarità sacerdotale nel nostro presbiterio.

La nostra presenza in questo luogo di fede e di speranza, ora, ci porta inevitabilmente a meditare sulla realtà della morte, ossia sull’enigma dell’esperienza umana che crea sconcerto e sofferenza in ogni famiglia, e che non rispetta nessuna stagione della vita. Spesso arriva all’improvviso, provocata da incidenti o da gravi malattie. Non per nulla, i medioevali dicevano in media vita mortui sumus, per indicare che la morte ci spia tra le fessure delle cose e delle vicende personali e comunitarie, e S. Agostino metteva in evidenza che il primo giorno della vita è anche il primo passo verso la morte.

Per noi cristiani, questo mistero è illuminato dalla vita e dall’insegnamento di Gesù. Gesù, infatti, non si è sottratto all’evento della morte. Egli ne ha condiviso l’esperienza umana, morendo d’un supplizio atroce sul colle del Calvario. Non ha fatto finta di morire, quasi che sapesse interiormente come sarebbe andata a finire e, quindi, recitasse una parte. In verità, se Egli voleva redimere la morte, se la voleva trasformare da un salto nel nulla in un passaggio, seppure doloroso, verso l’eternità, la doveva sperimentare personalmente. In effetti, di questa sua esperienza sono stati testimoni ai piedi della croce sua madre Maria, l’apostolo Giovanni, Maria di Cleofa e Maria di Magdala. Gli altri apostoli, purtroppo, sono fuggiti; i discepoli di Emmaus, come vedremo tra breve, se ne ritornarono a casa, delusi e depressi, senza speranza e senza futuro.

Ma la morte di Gesù è solo la vigilia della sua risurrezione. Il compimento della sua missione, infatti, non è la morte in croce ma la risurrezione dalla morte. È questo evento storico fondamentale, quindi, che dà significato alla celebrazione eucaristica di questa sera. Tra breve, alla proclamazione del celebrante, risponderemo annunciando la morte e proclamando la risurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo, nell’attesa della sua venuta. In effetti, la risurrezione di Gesù ha trasformato l’Occidente in Oriente, la fine nell’inizio, la morte nella vita. Con la fede o senza la fede nella risurrezione dei morti, cambia il senso della vita e della morte. Fa differenza affrontare le sofferenze della malattia, il coraggio di scelte contro corrente, le incomprensioni e le persecuzioni di ogni genere con la speranza che ci sia un’altra vita senza più dolore, ingiustizia, tradimento, separazione, o che, invece, tutto finisca con l’attimo della morte. “La speranza cristiana, tuttavia, secondo Papa Francesco, non è semplicemente un desiderio, un auspicio, non è ottimismo: per un cristiano, la speranza è attesa, attesa fervente, appassionata del compimento ultimo e definitivo di un mistero, il mistero dell’amore di Dio, nel quale siamo rinati e già viviamo. Ed è attesa di qualcuno che sta per arrivare: è il Cristo Signore che si fa sempre più vicino a noi, giorno dopo giorno, e che viene a introdurci finalmente nella pienezza della sua comunione e della sua pace. La Chiesa ha allora il compito di mantenere accesa e ben visibile la lampada della speranza, perché possa continuare a risplendere come segno sicuro di salvezza e possa illuminare a tutta l’umanità il sentiero che porta all’incontro con il volto misericordioso di Dio.” San Paolo ci ricorda che “per mezzo del battesimo siamo dunque stati sepolti insieme a lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova. Se infatti siamo stati completamente uniti a lui con una morte simile alla sua, lo saremo anche con la sua risurrezione” (Rm 6, 4-5).

La speranza nella risurrezione dei morti, nella storia del cristianesimo, è frutto diretto della fede in un Dio Creatore e Onnipotente, che “chiama all’esistenza che non sono”, (Rm 4, 17), “ama tutte le cose esistenti e nulla disprezza di quanto ha creato; risparmia tutte le cose, perché tutte son sue, Signore, amante della vita (Sap 11, 24-25). Davanti al martirio dei suoi figli, la madre dei Maccabei diceva: “non io vi ho dato lo spirito e la vita, né io ho dato forma alle membra di ciascuno di voi. Senza dubbio il Creatore del mondo, che ha plasmato all’origine l’uomo e ha provveduto alla generazione di tutti, per la sua misericordia, vi restituirà di nuovo lo spirito e la vita”(2Mac 7, 22-23). L’iniziativa di Giuda di inviare una colletta a Gerusalemme per offrire un sacrificio espiatorio è stata suggerita dal pensiero della risurrezione, “perché se non avesse avuto ferma fiducia che i caduti sarebbero risuscitati, sarebbe stato superfluo e vano pregare per i morti”. La ferma fiducia di Giuda Maccabeo è alla base della nostra tradizione di far celebrare l’Eucaristia in suffragio dei nostri defunti.

Può darsi che la fede nel Cristo risorto non sia sempre viva e operante nella nostra esistenza. Così come i discepoli di Emmaus, anche noi siamo spesso pieni di delusione e di sconforto, incapaci di percepire la presenza di Gesù che cammina con noi. La reazione dei discepoli di Emmaus, rievocata dal Vangelo che è stato poc’anzi proclamato, richiama quella di chi è deluso per le attese tradite, i progetti incompiuti, le promesse mancate. Dietro i discepoli di Emmaus, che non riescono più a sperare dopo la morte di Gesù in croce, ci sono, in qualche modo, tutti coloro che si lasciano prendere dalla disperazione e che si ritengono incapaci di rinascere a vita nuova. I discepoli di Emmaus, però, una volta giunti a casa e aver invitato Gesù a restare con loro per la cena, averlo riconosciuto nello spezzare il pane, decidono di ritornare di corsa a Gerusalemme, per raccontare ai fratelli l’incontro con Gesù Risorto. In definitiva, dopo l’incontro con Gesù Risorto, cambiano il passo, e, così facendo, incoraggiano anche noi a cambiare il passo, per  andare verso chi soffre, chi si ferma e si rassegna, chi fatica e chi non spera. Se Cristo è risorto, la nostra speranza non è vana. Se Gesù cammina con noi, non ci sentiremo soli, la sera non ci farà paura. Accettiamo, allora, la mano della sua compagnia, perché se cadiamo, ci rialza; se piangiamo ci consola. Lui è la nostra pace!


Stampa   Email

S.E. Monsignor Ignazio Sanna
Arcivescovo Emerito di Oristano

Presidente della Pontificia Accademia di Teologia

Via degli Estensi, 133 - 00164 Roma
E-mail: arcivescovosanna@gmail.com
Tel: 06.66151377