Convegno Ecclesiale Diocesano

Cattedrale di Oristano, 28 settembre 2008 

Cari fratelli e sorelle, i sentimenti che dobbiamo esprimere a conclusione di questo convegno pastorale diocesano sono quelli della gratitudine al Signore per la sua grazia e i suoi doni, e della gratitudine a tutti voi per la vostra intelligente e generosa partecipazione.

In questi due giorni di preghiera e di riflessione ci siamo sentiti “chiesa amata e benedetta da Dio”, ed abbiamo cercato insieme le vie più giuste della comunione e della partecipazione. Sono questi due sentieri della comunione e della partecipazione che dobbiamo percorrere lungo l’anno che ci sta davanti, e sul quale invochiamo la luce della Grazia divina e la forza dei doni dello Spirito. La Parola di Dio che abbiamo ascoltato ci offre motivazioni e indicazioni su come percorrere questi sentieri, in fedele osservanza della “retta condotta” (Ez 18, 25). 

Il primo e fondamentale impegno che ci è richiesto di assumere è quello di essere operatori di comunione. Prima della celebrazione dell’Eucaristia chiediamo il dono della conversione del cuore, fonte e principio della comunione con Dio e con i fratelli. La preghiera liturgica, dunque, ci richiama la verità che la comunione, prima ancora che una nostra conquista, è un dono di Dio ed esige la conversione del cuore. Con le nostre iniziative e i nostri mezzi possiamo arrivare a formare delle comunità umane. Solo con la forza e l’intervento dello Spirito possiamo ottenere e testimoniare il dono della comunione. Il profeta Ezechiele ci ricorda che il giusto si può allontanare dalla giustizia e commettere delle iniquità. Se costui persevera nella sua iniquità, nel suo errore, muore. Ma se costui riflette e si allontana da tutte le colpe commesse, si salva (Ez 18, 26-27). In altri termini, secondo il profeta, con la riflessione e l’abbandono delle vie del male, è possibile ottenere la conversione del cuore. I nostri antichi ripetevano che “sapientis est mutare consilium”: è cosa saggia cambiare opinione e fare nuove scelte, e, dicendo ciò, affermavano che cambiare una determinata opinione, fare una nuova scelta di vita non è manifestazione di debolezza, ma di coraggio. Infatti, è l’opportunismo che manifesta debolezza, mentre la verità richiede coraggio. La storia della salvezza riporta molti esempi di pentimento salutare, come quello del re Davide. Pietro si è pentito del suo tradimento ed è diventato apostolo e martire. Giuda non ha riconosciuto il suo errore e si è tolta la vita. Questo vuol dire che il pentimento sincero apre la porta della salvezza, mentre l’orgoglio conduce al baratro della disperazione.  

Il pentimento è soprattutto manifestazione di libertà interiore. Non c’è malvagio che non possa diventare giusto, così come non c’è peccatore che non possa diventare santo. Il peccato non è una potenza metafisica che annienta la libertà dell’uomo, bensì una scelta sbagliata di libertà, e, come tale, essa può essere sempre corretta. Mosè innalzò nel deserto il serpente di bronzo come simbolo di redenzione e di salvezza. Gli israeliti che si pentivano dei propri peccati e lo guardavano venivano guariti. Questa pratica ci fa capire che bisogna avere il coraggio di guardare in faccia il male, di ascoltare la voce della nostra coscienza. Guardare in faccia il male e ascoltare la voce della coscienza è il primo passo della conversione. Sono sotto gli occhi di tutti le divisioni che lacerano la nostra comunità, compromettono la nostra testimonianza, condizionano la buona riuscita del nostro programma pastorale. Per la verità, questa situazione della chiesa di Oristano non è molto diversa da quella della chiesa di Corinto o delle altre comunità cristiane antiche. Nella stessa cerchia dei discepoli di Cristo c’erano tensioni e divisioni. Non è, dunque, l’esistenza del male in se stessa che ci preoccupa, ma la debole volontà di combatterlo. Le divisioni sono sempre esistite, il male è stato sempre presente, nella vigna del Signore il grano è cresciuto con la zizzania. Ma bisogna ritrovare il coraggio di guardare sopra il sole, di guardare con gli occhi di Dio, di vincere ogni divisione e ogni individualismo. L’Apostolo Paolo ci esorta ad assumere atteggiamenti di umiltà e di concordia, a “non fare nulla per spirito di rivalità o per vanagloria, ma ognuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso. Non cerchi ciascuno il proprio interesse, ma anche quello degli altri. Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono di Cristo” (Fil 2, 3-4). Come possiamo essere operatori di comunione, se non siamo capaci di superare le divisioni interne? Come potremo essere segno di riconciliazione se non siamo riconciliati con noi stessi? Mi auguro che questo convegno pastorale cha ha avuto come programma: “conoscere per annunciare”, costituisca l’inizio di un cammino di conversione e di comunione, perché le nostre comunità siano testimoni credibili dell’amore di Dio e della radicalità evangelica. 

Il secondo impegno fondamentale che vogliamo assumere, e, cioè, il dovere della partecipazione, ci viene ricordato dall’odierna parabola evangelica. In essa, la reazione dei due figli all’identica richiesta del padre in qualche modo rispecchia quanto avviene nella vita di tutti i giorni, fatta di decisioni e ripensamenti, di applicazione e disimpegno, di promesse e tradimenti. Essa rispecchia anche le classiche due vie che vengono evocate continuamente nella storia della salvezza: scegliere Dio o seguire altre divinità; osservare l’alleanza con Dio o tradirla con altri dei. La parabola presenta una stessa richiesta con due risposte antitetiche: una di obbedienza formale, l’altra di obbedienza sostanziale. È chiaro che Gesù condanna l’obbedienza formale e promuove quella sostanziale, perché, secondo il suo insegnamento, non chi dice “Signore Signore” entrerà nel Regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre celeste. Nella parabola evangelica, egli avverte che i peccatori, esemplificati dai pubblicani e dalle prostitute, possono precedere nel Regno dei Cieli gli stessi discepoli. In ultima analisi, Gesù ci vuol dire che raggiungono la salvezza eterna non i presunti giusti che presentano a Dio l’elenco dei loro meriti per ottenerne la ricompensa, ma i peccatori che chiedono umilmente perdono per i propri errori. D’altra parte, il confine della comunità cristiana non coincide con il confine della virtù e dell’onestà; ci sono giusti ed onesti anche fuori delle nostre comunità. Non è detto che i cristiani siano sempre i più virtuosi e i più giusti, e che i virtuosi e i giusti debbano essere cristiani. Ricordiamoci che Gesù ha trovato la fede del centurione romano (Lc 7, 9) e della donna Cananea (Mt 15, 28) al di fuori di Israele, e un giorno si è chiesto, quasi sconsolato, se, al suo ritorno alla fine del tempo, avrebbe trovato ancora la fede su questa terra (Lc 18, 8).  

I dati che ci sono stati presentati ieri sera, nell’aprirci gli occhi sul mondo delle nostre povertà spirituali e materiali, allo stesso tempo, ci hanno fatto scoprire che nelle nostre comunità ci sono tanti ricercatori di Dio, i quali, come l’etiope degli Atti degli Apostoli, attendono che qualcuno gli spieghi il senso della parola di Dio, e, soprattutto, gli apra il proprio cuore (cfr. At 8, 30-31). Non vogliamo deludere questi ricercatori di Dio con le nostre contro testimonianze o con lo scandalo delle nostre divisioni e dei nostri conflitti. Noi ci proponiamo di annunciare loro il vangelo con la nostra vita e la nostra testimonianza, condividendo le loro attese e le loro speranze, divenendo partecipi delle loro vicende liete e tristi, ed aiutandoli a scoprire raggi d’eterno nella ferialità del quotidiano. 

Per un annuncio efficace del vangelo, però, dobbiamo “fare chiesa” tutti indistintamente, dobbiamo formare insieme il corpo mistico di Cristo, dobbiamo costruire rapporti di comunione. Per questo scopo, la vigna del Signore ha bisogno di operai non di dirigenti, di cristiani che “conservano l’unità dello Spirito per mezzo del vincolo della pace”, non di persone che cercano visibilità in incarichi di onore. “A ciascuno è stata data la grazia per concorrere a formare un solo corpo, un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siamo stati chiamati. Siamo figli di un solo Dio Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti” (Fil, 4, 5). Lavoriamo, allora, per il Regno dei Cieli e non cerchiamo riconoscimenti nel regno degli uomini. Troviamo più gioia nel dare che nel ricevere. Facciamo della nostra comunità diocesana una famiglia di cristiani che sanno lavorare insieme, aiutarsi, amarsi, correggersi, perdonarsi. Lo Spirito ci illumini. Maria, Madre della Chiesa e Madre nostra, ci protegga.


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S.E. Monsignor Ignazio Sanna
Arcivescovo Emerito di Oristano

Presidente della Pontificia Accademia di Teologia

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