Convegno Ecclesiale Diocesano

Oristano, Parrocchia S. Giuseppe, 10 ottobre 2009 

Quanto conta Dio nella nostra vita, ossia nelle nostre scelte, nei nostri orientamenti, nei nostri affetti? Su quali valori fondiamo il nostro impegno sociale e i nostri programmi pastorali? La domanda non è retorica. Non ce la rivolge una società di inchieste sociali.

Ce la rivolge la Parola di Dio nella celebrazione dell’Eucaristia che conclude il nostro convegno ecclesiale. In questa giornata di grazia e di comunione abbiamo riflettuto sul dovere di collaborazione corresponsabile all’interno della comunità ecclesiale. Abbiamo capito soprattutto che c’è un’unità inscindibile e imprescindibile tra il concetto di “corpo di Cristo” e quello di “popolo di Dio”. Secondo Benedetto XVI, Cristo ci unisce tutti nel sacramento per farci un unico corpo, per cui il concetto di “popolo di Dio” e di “corpo di Cristo” si richiamano a vicenda. In Cristo diventiamo realmente un unico popolo di Dio, che comprende tutti: dal papa fino all’ultimo bambino battezzato. Abbiamo capito che per compiere una svolta radicale nel cammino missionario delle nostre comunità parrocchiali è necessaria una vera e propria conversione ecclesiale e una formazione più adeguata.  

“Occorre, ci ricorda Papa Benedetto, rinnovare lo sforzo per una formazione più attenta e puntuale alla visione di chiesa come corpo di Cristo, sia da parte dei sacerdoti sia da parte dei laici. Capire sempre meglio che cos’è questa Chiesa, questo popolo di Dio nel corpo di Cristo. È necessario, al tempo stesso, migliorare l’impostazione pastorale, così che, nel rispetto delle vocazioni e dei ruoli dei consacrati e dei laici, si promuova gradualmente la corresponsabilità dell’insieme di tutti i membri del popolo di Dio.” “Ciò esige un cambiamento di mentalità riguardante particolarmente i laici, passando dal considerarli collaboratori del clero a riconoscerli realmente corresponsabili dell’essere e dell’agire della Chiesa, favorendo il consolidarsi di un laicato maturo e impegnato. Questa coscienza comune di tutti i battezzati di essere Chiesa non diminuisce la responsabilità dei parroci. Tocca proprio ai parroci promuovere la crescita spirituale e apostolica di quanti sono già assidui e impegnati nelle parrocchie: essi sono il nucleo della comunità che dà fermento per gli altri”.   

Il Libro della Sapienza, la lettera agli Ebrei, il Vangelo di S. Marco ci propongono una scala di valori, con al primo posto la Parola di Dio, descritta come viva ed efficace, che discerne i sentimenti e i pensieri del cuore. Non è senza significato che quel “tale”, che si rivolge a Gesù per sapere cosa deve fare per avere la vita eterna, sia un osservante della legge. In linguaggio contemporaneo, noi diremo che egli è un cristiano praticante. Ciò fa capire, infatti, che anche chi osserva i comandamenti non è sicuro di possedere la vera sapienza della vita e di avere realmente incontrato Gesù. Per essere cristiani autentici non basta la pratica religiosa o l’osservanza dei precetti della Chiesa; è necessario l’incontro con Gesù, perché, secondo S. Agostino, ciò che è propriamente cristiano nei cristiani è Cristo stesso. Per Benedetto XVI, “all’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva.”  

Ora, l’incontro con la persona di Cristo ha un fascino irresistibile, e il sacerdote “deve prima di tutto, mostrare l’affascinante splendore di quella verità che è Gesù Cristo stesso. In Lui, che è la verità (cfr. Gv 14, 6), l’uomo può comprendere pienamente e vivere perfettamente, mediante gli atti buoni, la sua vocazione alla libertà nell’obbedienza alla legge divina, che si compendia nel comandamento dell’amore di Dio e del prossimo”. S. Giovanni, nell’Apocalisse, scrive che “la sua faccia era come il sole quando splende con tutta la sua forza. Quando lo vidi, caddi ai suoi piedi come un morto. Ed egli pose la sua destra su di me, dicendo: non temere! Io sono il Primo e l’Ultimo e il Vivente. E divenni morto, ed ecco, sono vivente per i secoli dei secoli e ho le chiavi della morte e dell’aldilà” (Ap 1, 16-18). La rievocazione di questo passo della Scrittura fa ritornare alla mente l’invito solenne che ha inaugurato il pontificato di Giovanni Paolo II, quando egli ha esortato i cristiani a non avere paura, ad aprire e, anzi, a spalancare la porta del cuore a Cristo, perché in Cristo l’uomo trova se stesso. Il sacerdote è chiamato a “posare la sua destra” sulle spalle di tanti uomini e tante donne, che cercano un senso alla loro vita e che hanno paura di affidarsi a Cristo. “Credere - scrivono i Vescovi Italiani - è fidarsi di qualcuno, assentire alla chiamata dello straniero che invita, rimettere la propria vita nelle mani di un altro, perché sia lui ad esserne l’unico, vero Signore”  

La comunità dei fedeli richiede che il sacerdote viva di spiritualità. Solo così egli sarà l’uomo delle beatitudini e il testimone dell’oltre. Con il suo esempio, egli saprà dimostrare che vivere le beatitudini, oggi come oggi, è ancora possibile. Forse ieri era più facile. Oggi è più difficile ma più necessario. La nostra gente più che atea e indifferente è vagamente deista, compie i riti religiosi più diversi, ha credenze religiose molto particolari. Ma il deismo non è il cristianesimo. È solo il contrario dell'ateismo. Il cristianesimo, come ho ribadito, è una persona, è la persona di Gesù Cristo. C’è urgente bisogno di testimoni che parlino di Gesù Cristo come di una persona viva, di un amico che ama e che vuole essere amato. I testimoni credibili della radicalità evangelica, come il Curato D’Ars, don Primo Mazzolari, don Lorenzo Milani, don Pino Puglisi, possono contribuire a creare un'antropologia ispirata alle beatitudini e rendere praticabile il programma di vita tutto incentrato su Cristo stesso, da conoscere, amare, imitare, e testimoniare con coraggio e coerenza. 

La comunità dei fedeli richiede che il sacerdote sia anche l’educatore della fede. Non dando lezioni teoriche di cristianesimo. Non mimetizzandosi con stili e linguaggi popolari. Non banalizzando la serietà dell’impegno cristiano. Ma “parlando sempre con grazia e sapienza, per sapere come rispondere a ciascuno” (Col 4, 5); esortando a pensare in grande, a guardare sopra il sole, a “cercare le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio; a pensare alle cose di lassù, non a quelle della terra” (Col 3, 1-2). Egli promette un futuro che ha un volto personale. L’avvenire del mondo, infatti, non è un qualcosa, un oggetto, una realtà seppure ultima, ma un qualcuno, è l’uomo definitivo, il Cristo Risorto, speranza di eternità ieri, oggi e sempre. “Voi infatti siete morti e la vostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio! Quando si manifesterà Cristo, la vostra vita, allora anche voi sarete manifestati con lui nella gloria” (Col 3, 3).  

La comunità dei fedeli, infine, richiede che il sacerdote annunci la Parola di Dio, perché, per un verso, nella sua vita e nel suo ministero egli è “affidato a Dio e alla Parola” (cfr. At, 20, 32), e, per l’altro verso, non c’è altra via per la conoscenza di Dio all’infuori dell’ascolto della sua Parola.  Il sacerdote, “ministro della Parola” (cfr. Lc 1, 2), quando predica il Vangelo del Regno, apre spazi di libertà e responsabilità, non impone leggi e precetti, che rendono schiavi, o avanza minacce, che creano paura e disorientamento. Se, secondo don Primo Mazzolari, il vangelo è la poesia più alta, il sacerdote non può non essere un poeta dell’amore e della misericordia di Dio. Dall’insegnamento della Scrittura egli sa che la verità di Dio e di se stessi si attinge nella gioia di essere amati e nella gioia di amare. “Chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio, chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore” (1Gv 4, 7). “Nessuno ha mai visto Dio: se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l’amore di Lui è perfetto in noi” (1Gv 4, 12). Solo quando il sacerdote “custodisce la Parola di Dio” (cfr. Gv 8, 55), evita di ridurre la Chiesa ad un’agenzia di morale, una istituzione umanitaria, una centrale di problematiche sociali. Le dimensioni vere della Chiesa rimangono la Liturgia, la Parola, la Carità.  

Cari fratelli e sorelle,  

possa Maria, la Madre di Gesù e della Chiesa, guidare e proteggere i nostri sacerdoti e portare tutti voi all’incontro con il suo Figlio, orientandovi sempre oltre gli orizzonti terreni, verso l’infinito che è Dio.  


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S.E. Monsignor Ignazio Sanna
Arcivescovo Emerito di Oristano

Presidente della Pontificia Accademia di Teologia

Via degli Estensi, 133 - 00164 Roma
E-mail: arcivescovosanna@gmail.com
Tel: 06.66151377