Convegno Ecclesiale Diocesano

Cattedrale di Oristano, 11 ottobre 2014 

A conclusione di questa giornata di dialogo e di programmazione pastorale, vogliamo celebrare l’Eucaristia, per ringraziare il Signore per il dono della fede e della comunione, e metterci in ascolto della Parola di Dio, per ricevere luce e conforto nel cammino di rinnovamento delle nostre comunità parrocchiali.  

Il profeta afferma di aver sperato nel Signore che salva e, indirettamente, ci interpella per sapere in quale Signore noi speriamo; quale speranza noi viviamo. Se prendiamo sul serio questo invito ed esaminiamo la nostra spiritualità, forse sentiremo il bisogno di purificare il concetto di Signore e di migliorare il rapporto con Lui. Il nostro, infatti, non può essere un rapporto di semplice dipendenza da un datore di lavoro. Essere cristiani, essere preti, essere catechisti, essere ministri straordinari dell’Eucaristia non è un mestiere. Non possiamo giocare a fare i cristiani. Siamo cristiani. Il nostro rapporto con Dio, perciò, deve essere un rapporto di figliolanza, di discepolato di Gesù e, di conseguenza, la nostra preghiera più sincera deve essere quella del Padre Nostro, insegnataci dallo stesso Gesù.  

“Tutto posso in Colui che mi dà forza” ci ha ripetuto S. Paolo, invitandoci ad attingere da Gesù la capacità di vincere la rassegnazione, la stanchezza, le delusioni, gli scoraggiamenti di fronte al fallimento di progetti pastorali o di iniziative di evangelizzazione. Certamente, abbiamo e dobbiamo avere le nostre strategie e i nostri progetti pastorali. Non si può vivere di improvvisazioni. Ma Papa Francesco ci esorta ad andare oltre alle pure strategie pastorali e a trovare conforto e ispirazione nella comunione con Gesù. Ci siamo mai chiesti chi è Gesù per me? Siamo sicuri di conoscere bene la persona di Gesù, il suo vangelo, il suo insegnamento? Possiamo dire con S. Paolo di avere gli stessi sentimenti di Gesù, di vivere per Lui e con Lui? 

Se riflettiamo sulla parabola evangelica che abbiamo ascoltato, constatiamo che Gesù divide l'umanità in tre grandi categorie. Innanzi tutto vengono quelli che rigettano l'invito del re deliberatamente. Seguono quelli che accettano l'invito, ma gli antepongono altri impegni. Per ultimi vengono coloro che accettano l'invito e vanno al banchetto di nozze con l'abito proprio. 

Chi metteremmo, ora, nel primo gruppo? Forse ci viene spontaneo inserire gli atei, gli increduli, i terroristi, gli omicidi. Ma, se prestiamo attenzione, quel primo gruppo era formato da persone amiche, da parenti, da conoscenti. Gli invitati non erano i nemici del re ma i suoi sudditi. Allora, Gesù si riferiva chiaramente a quegli ebrei che si ritenevano sicuri della loro salvezza per il solo fatto di essere discendenti di Abramo, ma che si rifiutavano di riconoscerlo come il loro Messia. Oggi, Egli si rivolge a quelle persone che si dichiarano cristiane, professano la loro fede in Dio, vanno in chiesa la domenica e nelle feste comandate, ma che se ricevono un invito dal re, cioè una chiamata da parte di Gesù per stabilire con Lui un rapporto più profondo, rifiutano l’invito e se ne vanno per la propria strada. Esse snobbano l’invito del re e vanno dove ritengono sia più proficuo e più conveniente, dove possono coltivare i propri interessi. Applicando la parabola alla nostra situazione, ci potremmo chiedere questa sera: dove sono andati coloro che non sono venuti al convegno ecclesiale diocesano? Che cosa hanno trovato di meglio e di più importante rispetto a vivere un momento di Chiesa, di preghiera, di dialogo, di incoraggiamento reciproco? Hanno fatto la scelta giusta? 

Ma la parabola non è finita. Essa continua dicendoci che sono state invitate molte persone. Per la sua festa di nozze il re non invita, come sarebbe anche logico pensare, solo parenti, amici, persone importanti del regno, ma invita tutti indistintamente. I servitori hanno ricevuto l’ordine di andare e radunare tutti quelli che avrebbero incontrato, cattivi e buoni. Alla fine essi riempirono la sala di invitati. Con questo esempio, Gesù preannunziava che nella missione di annunziare le verità del Regno l'Israele materiale avrebbe lasciato il posto all'Israele spirituale. Oggi ci viene ricordato che il regno dei cieli non è riservato ai buoni, a quelli che noi normalmente riteniamo santi, alle persone che possiedono carismi particolari, che magari sono sempre in chiesa, sempre pronti a svolgere ruoli di visibilità ecclesiale. Davanti a Dio tutti gli uomini sono uguali, perché tutti bisognosi di conversione, di perdono, di salvezza. 

Infine, un uomo in quella sala era diverso dagli altri: non indossava, come il resto degli invitati, l'abito nuziale che il re provvedeva a fornire ai suoi ospiti. Quest'uomo aveva risposto all'invito, si era presentato al banchetto, ma aveva tenuto i suoi abiti, suscitando in questo modo l’ira del re. Che cosa ci vuol dire Gesù con questo particolare? Lo capiamo se controlliamo il testo originale greco, che dice esattamente: "ora il re, entrato nella sala per dare un'occhiata e vedere chi fosse presente, vide un uomo che non era stato rivestito dell'abito nuziale". Dunque, questo invitato non era stato rivestito con l'abito nuziale. Secondo il costume di quel tempo, l'ospite forniva a tutti i suoi invitati un apposito abito per la cerimonia, che consisteva in un camice bianco che faceva apparire tutti uguali al cospetto del re. 

Ora, l'abito era regalato a tutti gli invitati indistintamente. Se, perciò, l'uomo non l'aveva indossato, aveva disatteso l'ordine dato dal re e aveva preferito presentarsi al sovrano seguendo un suo modo di vestire, ossia un suo modo essere e operare. Con il suo comportamento, egli rappresenta quelle persone che accolgono l'invito, intendono partecipare, vogliono entrare a far parte del Regno di Dio, ma scegliendo loro le regole. Esse rappresentano le persone che vogliono salvarsi, che vogliono andare in cielo, ma seguendo la propria strada e non quella indicata da Dio. Eppure, la Parola di Dio ci ripete continuamente che siamo stati salvati per grazia mediante la fede e che, quindi, la salvezza non è opera nostra ma dono di Dio. Non c'è, perciò, nessuno che si possa vantare di salvarsi con le sole sue forze, come lascia credere l'uomo privo dell’abito nuziale. In ultima analisi, l’uomo della parabola voleva trovare la “sua” via di salvezza come coloro che cercano di comprarsi il paradiso con i “loro” pellegrinaggi, i loro fioretti, le loro offerte generose. Ma “la salvezza si realizza con la misericordia e il perdono, non con i sacrifici”, ha ribadito papa Francesco.   

Cari fratelli e sorelle,  

cambiamo il passo per camminare in compagnia di Gesù; lasciamo da parte ogni forma di rassegnazione e di scoraggiamento; non chiudiamoci nella difesa d’una nostra idea e neppure d’un nostro progetto pastorale; poniamoci a servizio del Vangelo della gioia e della speranza. Saremo felici noi e renderemo felici gli altri. 


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S.E. Monsignor Ignazio Sanna
Arcivescovo Emerito di Oristano

Presidente della Pontificia Accademia di Teologia

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E-mail: arcivescovosanna@gmail.com
Tel: 06.66151377