Funerale di don Antonio Salvatore Usai

Parrocchia di Seneghe, 26 dicembre 2013

Il mese dell’Immacolata, patrona del Seminario Diocesano, dove si sono formati i nostri sacerdoti; della novena di Natale, che richiama nelle chiese tanti fedeli praticanti e non praticanti; del Natale del Signore Gesù, che suscita in tutti noi sentimenti di solidarietà e di fratellanza, ha dischiuso più volte la porta del cielo alla nostra comunità presbiterale.

Mons. Salvatore Antonio Usai, infatti, è il terzo sacerdote, dopo don Francesco Porcu e don Giovanni Murgia, che raggiunge la casa del Padre in questo mese di dicembre. Mons. Usai era nato il 25 settembre 1925. Fu ordinato presbitero da Mons. Sebastiano Fraghì il 12 agosto 1951. Venne, quindi, inviato viceparroco a Ortueri (1951-1954), per poi essere nominato parroco di Siamaggiore (1954-1957) e di Villa Sant’Antonio (1956-1958), prima di stabilirsi definitivamente sino al 2009 come parroco di Donigala Fenughedu. Uomo di grande bontà, sacerdote pio e fedele, ha varcato la soglia dell’eternità in modo improvviso, da solo, quasi in misteriosa coerenza con l’ammonimento di Gesù che disse: "Non sapete né il giorno né l'ora: vegliate e state pronti".

Non conosco il testamento spirituale di Mons. Usai. Vorrei leggervi, allora, un testamento in forma di poesia che mi è stato consegnato avantieri mattina nel carcere di Massama da un detenuto. E’ la dimostrazione concreta che anche nel cuore di coloro che delinquono sono nascosti sentimenti di nobiltà e dignità. “Se potessi dare gli occhi, li darei ad un bambino cieco, per fargli vedere la luce del sole./ Il mio spirito lo donerei alle persone che si sono arrese, per far credere loro in qualcosa o in qualche Dio./ Il mio corpo lo lascerei per terra, col desiderio che si mutasse in un fiore./ Il mio cuore è tuo, perché il mio amore in te sopravviva”. Queste parole, prese a prestito, ci invitano in qualche modo a ricevere in eredità il cuore di Mons. Usai, ossia la sua bontà e la sua semplicità, e a raccogliere il messaggio che ci proviene da una vita sacerdotale.

Il primo messaggio è affidato a una promessa di Gesù. Ce la riporta la liturgia di oggi, nel fare memoria del primo martire del cristianesimo, Santo Stefano: “chi persevererà fino alla fine sarà salvato”. Bisogna, dunque, perseverare fino alla fine. Non ci sono vite esenti dalla prova, dalla sofferenza, dai pericoli, dalle persecuzioni. Secondo Giobbe, la vita per l'uomo sulla terra è un combattimento (Gb 7, 1). Questo motivo riecheggia spesso sia nell'Antico che nel Nuovo Testamento. In ultima analisi, la Scrittura ci fa intendere che chi vive non può che combattere e se combatte non lo fa per raggiungere un suo traguardo, ma quello fissatogli dal cuore di Dio. Il combattimento spirituale è lo sforzo che ognuno di noi compie per vivere secondo le beatitudini del Vangelo.

Vivere le beatitudini, oggi come ieri, è possibile per tutti. Forse ieri era più facile. Oggi è più difficile ma più necessario. La società contemporanea più che atea è vagamente deista, compie i riti religiosi più diversi, ha credenze religiose molto strane. Ma il deismo non è il cristianesimo. E' solo il contrario dell'ateismo. Il cristianesimo è una persona, è la persona di Gesù Cristo. Questa società contemporanea ha bisogno di testimoni, perché è passata la stagione dei maestri, buoni o cattivi che essi siano. Oggi, nessuno vuole essere ammaestrato. Ma tutti possono restare edificati. I testimoni credibili della radicalità evangelica contribuiscono a creare tradizioni di fede e di spiritualità. La pratica delle beatitudini è il programma "evangelico" di sempre, ed è tutto il contrario di un'etica minimalistica o di una religiosità superficiale, perché si basa su un radicalismo del discorso della montagna, accessibile a tutti e non riservato solo ad alcuni geni. Proprio a partire dalla realizzazione di questo programma, il nuovo nome del battezzato e del cristiano è la santità.

C’è anche un altro messaggio, legato alla modalità della morte di Mons. Usai, avvenuta in solitudine, senza il conforto di parenti, confratelli, amici. Questo fatto ci fa riflettere su come il sacerdote sia chiamato a vivere la sua solitudine imitando Gesù, che prese su di sé la solitudine degli uomini. Gesù, infatti, fu solo nel capire la propria missione: neppure la sua Madre aveva capito che egli doveva occuparsi delle cose del Padre suo. Gesù fu solo nel deserto a vincere l'avversario (Mt 4, 1-11); fu solo nel Getsemani, dove si trovò dinanzi al sonno dei suoi discepoli che rifiutarono di partecipare alla sua preghiera (Mc 14, 32-4) ed affrontò da solo l'angoscia della morte. Però Gesù, in effetti, non restò mai solo. Il Padre è sempre con lui (Gv 8, 16; 29; 16, 32). È  il grano di frumento che cade in terra, non rimane solo, ma porta frutto (Gv 12, 24). Raccoglie nell'unità i figli di Dio dispersi (Gv 11, 52) ed attira tutti gli uomini a sé (Gv 12, 32).

Il prete che imita Gesù è chiamato a vivere la solitudine della croce. Padre Pio un giorno ha confidato che "Tutti mi chiedono la grazia di togliere la croce, nessuno mi chiede la grazia di imparare a portarla". Ma se si vuole imitare Gesù bisogna portare la croce, non scendere, come non è sceso Giovanni Paolo II. La sofferenza non la si mette in piazza, non la si ostenta, la si vive. La croce portata nel silenzio e nella solitudine conduce alla vita, è come la vigilia della risurrezione.

Il prete che imita Gesù vive la solitudine nella fedeltà alla sua coscienza quando è chiamato a fare scelte difficili e andare controcorrente, ossia contro i modelli dominanti del pensiero unico e le maggioranze manipolate dell’inconscio collettivo.

Infine, il prete che imita Gesù sperimenta la solitudine della radicalità evangelica, quando le sue scelte pastorali non incontrano l'accoglienza dei fedeli o dell’autorità costituita; quando deve prendere decisioni scomode in materie controverse; quando non ha il consenso dei cosiddetti “laici”. E' pericoloso che battano le mani i “laici”. Forse è il momento in cui le scelte operative sono più lontane dalla radicalità evangelica e più subordinate agli schemi politici o sociali. A Gesù gli hanno battuto le mani e dato retta quando ha dato da mangiare, non quando ha invitato a seguirlo e a lasciare le proprie ricchezze.

Cari fratelli e sorelle,

affidiamo alla misericordia di Dio Padre Mons. Usai, che  ha concluso il pellegrinaggio terreno e riposa nella pace dei giusti. Chiediamogli, nella preghiera, che interceda presso il trono dell’Altissimo perché la grazia di Gesù Cristo Nostro Signore “diriga i nostri passi sulla via della pace”.


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S.E. Monsignor Ignazio Sanna
Arcivescovo Emerito di Oristano

Presidente della Pontificia Accademia di Teologia

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