Funerale di don Domenico Obinu

Parrocchia di Ardauli, 4 ottobre 2017

“Ti ringrazio Signore, perché mi hai fatto cristiano! Signore, fammi vedere la tua gloria”. Queste preghiere hanno accompagnato le ultime ore di vita di don Domenico Obinu, parroco di questa parrocchia della Vergine del Buon Cammino dal 1993.

Don Domenico, settimo di dodici figli, era nato a Simaxis nel gennaio del 1946, ed ivi venne ordinato presbitero, nel luglio del 1975 da S.E. Mons. Sebastiano Fraghì. Ha iniziato il suo ministero di sacerdote come viceparroco di Samugheo, poi di Desulo, per continuare come parroco di Gadoni, di Desulo, e, infine, di Ardauli. Quando lo incontrai per la prima volta, undici anni fa, non era più l’allegro assistente degli scout e l’animatore di cori parrocchiali. Era già sofferente a causa di gravi malattie. Queste, tuttavia, non gli hanno impedito di dedicare le sue energie e la sua passione alla cura pastorale di questa parrocchia, sempre accompagnato dalla vostra collaborazione e dal vostro affetto. Come membro del Collegio dei Consultori ho sempre apprezzato il suo fermo equilibrio nell’affrontare le problematiche della Diocesi.

Oggi, egli ci parla con la liturgia della Parola della festa di san Francesco d’Assisi, patrono d’Italia. Nel Vangelo che è stato proclamato, Gesù invita i suoi discepoli a prendere il suo giogo, un invito piuttosto strano, perché il giogo evoca sottomissione, schiavitù, mancanza di dignità. Ci può illuminare quanto S. Agostino scrisse in un sermone ai suoi fedeli di Ippona: “A molti pare strano quando sentono il Signore che dice: Venite da me, voi tutti che siete stanchi e oppressi e io vi darò riposo. Prendete su di voi il mio giogo e imparate da me che sono mite e umile di cuore, e troverete riposo per le anime vostre. Poiché il mio giogo è soave e il mio peso è leggero” (Mt 11, 28-30). Eppure, l’Apostolo Paolo, replica S. Agostino, ha trovato quel giogo soave e quel carico leggero: “In ogni circostanza, scrive S. Paolo, ci presentiamo come ministri di Dio con molta pazienza nelle sofferenze, nelle difficoltà e nelle angosce, nelle percosse” (2Cor 6, 4). “Dai giudei, aggiunge l’Apostolo, ho ricevuto cinque volte quaranta frustate meno una. Tre volte sono stato percosso con le verghe, una volta sono stato lapidato, tre volte ho fatto naufragio; ho trascorso un giorno e una notte in alto mare, e tutti gli altri pericoli che si possono contare ma non si possono sopportare se non con l'aiuto dello Spirito Santo” (2Cor 11, 24).

“Tutte queste avversità e pene, precisa S. Agostino, l’Apostolo Paolo le sopportava di frequente e in gran numero, perché era assistito dallo Spirito Santo, il quale, mentre l'uomo esteriore si corrompeva, rinnovava di giorno in giorno l'uomo interiore, gli faceva gustare nel riposo spirituale l'abbondanza delle delizie divine e con la speranza della beatitudine futura leniva tutti i disagi e alleviava tutti i pesi del presente. Il giogo di Cristo era soave e il peso ch'egli portava era leggero fino al punto che chiamava lieve sofferenza tutte le avversità e tutte le terribili prove di cui inorridisce chiunque le sente raccontare”.

Ora, il giogo che Gesù invita a prendere, di per sé, non è “dolce”, anche perché il vero significato del termine greco è: “utile”, “fatto a misura”. Il giogo di Gesù, quindi, è creato esattamente per la nostra vita, non supera le nostre forze, non ci fa cadere sotto il suo peso. Inoltre, siccome esso, come per essere applicato ai buoi, è sempre fatto per una coppia, ci viene assicurato che il nostro partner è Gesù stesso. L’assicurazione che Gesù è il nostro partner e porta il nostro peso è molto importante, soprattutto perché Egli ha detto che la vita di un discepolo non sarebbe stata facile, ma pesante: “Le volpi hanno delle tane e gli uccelli del cielo dei nidi, ma il Figliuol dell’uomo non ha dove posare il capo” (Lc 9, 58). In altre parole, i suoi discepoli dovevano condurre uno stile di vita precario senza una sistemazione permanente. Gesù aveva anche detto, “chi non porta la sua croce e non vien dietro a me, non può essere mio discepolo” (Lc 14, 27). Cioè, la vita di un discepolo sarebbe stata una vita di sacrificio. Un simile stile di vita sarebbe necessariamente stato caratterizzato da dedizione estrema verso il proprio dovere e verso il proprio maestro: “Nessuno che abbia messo la mano all’aratro e poi si volta indietro è adatto al regno di Dio” (Lc 9, 62); “Seguimi, e lascia i morti seppellire i loro morti” (Mt 8, 22).

Un episodio della vita di S. Francesco attualizza in modo eccellente il messaggio della Parola di Dio di questa celebrazione. Il suo biografo Tommaso da Celano, infatti, descrive il cambiamento di S. Francesco dopo il suo incontro con Gesù in questi termini: “Si reca tra i lebbrosi e vive con essi per servirli in ogni necessità per amor di Dio. Lava i loro corpi e ne cura le piaghe… La vista dei lebbrosi gli era prima così insopportabile, che non appena scorgeva in lontananza i loro ricoveri, si turava il naso. Ma ecco quanto avvenne: nel tempo in cui aveva già cominciato, per grazia e virtù dell’Altissimo, ad avere pensieri santi e salutari, mentre viveva ancora nel mondo, un giorno gli si parò innanzi un lebbroso e fece violenza a sé stesso, gli si avvicinò e lo baciò”. S. Francesco, dunque, ci insegna che la potenza dell’amore abbatte ogni barriera umana e sociale. Prima di lui, S. Agostino aveva scritto: “il mio peso è il mio amore. Io sarò in qualunque parte l’amore mi porti”. Questi sono i grandi santi e i grandi maestri della storia cristiana. A noi il dovere d’imparare la loro lezione e riprodurne il coraggio nelle sfide della vita.

Cari fratelli e sorelle,

Le sapienti parole che vengono cantate come inno a S. Francesco ripetono “O alto e glorioso Dio, illumina le tenebre del cuore mio”. S. Francesco chiede al Signore anzitutto la luce per illuminare le tenebre del cuore. La luce che chiede il Santo non è, tuttavia, la luce della ragione, ma anche e soprattutto la luce della fede. Quella che ci rende capaci di vedere l’essenziale che è invisibile agli occhi del corpo, ma trasparente agli occhi della fede. Un giorno, in una celebrazione per il conferimento del sacramento della cresima, ho sentito leggere il salmo responsoriale con voce chiara e sicura. Leggeva un ragazzo cieco, che usava il codice di lettura Braille. Nel sentire come venivano scandite le parole del testo mi sono quasi commosso, perché mi sono reso conto che quel ragazzo leggeva con gli occhi del cuore prima ancora che con quelli del corpo. In quella modalità di lettura ho intravvisto l’approccio corretto alla Parola di Dio, quello, cioè, che coinvolge il cuore, il sentimento, e non solo la mente e l’intelligenza.

Quest’ascolto della parola di Dio e questa intelligenza della fede è il modo migliore di ricordare don Domenico, che ha vissuto ed è morto da sacerdote, e che vuole essere ricordato come sacerdote. La sua memoria sia benedizione.


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S.E. Monsignor Ignazio Sanna
Arcivescovo Emerito di Oristano

Presidente della Pontificia Accademia di Teologia

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