Funerale di don Federico Pes

Parrocchia di Villanovafranca, 11 febbraio 2016

È la prima volta che mi capita di ritrovarci come popolo di Dio a dare l’estremo saluto a un sacerdote che muore di tumore a 53 anni d’età e 20 anni di ministero pastorale, ancora proiettato verso un futuro tutto aperto di vita sacerdotale. Questo è però quello che facciamo questa mattina, voi comunità parrocchiale di San Lorenzo, noi presbiterio arborense diocesano, nel celebrare la messa esequiale di don Federico Pes.

Lo facciamo con il dolore che accompagna ogni morte d’una persona che si ama e, allo stesso tempo, con il coraggio della fede, che conforta coloro che perdono la persona amata. Presiedo la celebrazione di questa Eucaristia dopo aver fatto appena in tempo, lunedì scorso, a dargli la comunione nella stanza dell’hospice, dove era ricoverato, e mai come in questa occasione ho percepito che l’Eucaristia è anche viatico per il viaggio verso la vita eterna. Quando la si riceve nel momento del passaggio al Padre, ci ricorda il catechismo della Chiesa cattolica, “la comunione al Corpo e al Sangue di Cristo ha un significato e un'importanza particolari. È seme di vita eterna e potenza di risurrezione, secondo le parole del Signore: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno” (Gv 6, 54)”. L'Eucaristia diventa sacramento del passaggio dalla morte alla vita, da questo mondo al Padre”. Don Federico compie questo viaggio verso la Gerusalemme celeste senza aver potuto celebrare il giubileo sacerdotale, ma dopo aver speso il suo servizio di carità e verità per due anni come viceparroco a Cabras e Isili, per dieci anni nella parrocchia di san Sebastiano martire ad Assolo, per 8 anni come parroco della parrocchia di Santa Maria Maddalena a Nuragus. Ai primi mesi dell’anno scorso si è ritirato a vita privata per affrontare la malattia.

La Provvidenza di Dio, ora, ha disposto che noi sacerdoti facciamo il ritiro mensile con la comunità parrocchiale di questo paese, celebrando la messa esequiale di don Federico nel secondo giorno della Quaresima dell’anno santo della misericordia, e nel giorno in cui si fa memoria della Beata Vergine Maria di Lourdes. La liturgia della Parola che accompagna questo rito ci offre alcuni messaggi che possono offrire spunti di riflessione per il nostro cammino quaresimale. Il primo di questi messaggi ci proviene dall’evocazione della richiesta di Mosè al popolo d’Israele di scegliere tra la vita e la morte, la benedizione e la maledizione (Dt 30, 19-20). Questa evocazione ci interpella su quale Dio preghiamo, per quale Dio noi vogliamo impegnare la nostra vita e la nostra testimonianza. Ci sono, infatti, tante divinità surrogate, tanti piccoli idoli che riempiono gli spazi delle nostre giornate e orientano le nostre scelte morali. Sarà necessario, perciò, purificare lo stile del nostro rapporto con Dio, nel senso che lo dobbiamo rendere meno mercantile e più gratuito, meno formale e più libero e personale. Non cerchiamo Dio solo per chiedergli aiuto nelle nostre debolezze e sofferenze, ma cerchiamolo anche per lodarlo nei momenti della salute, della gioia, del successo. Non possiamo dare a Dio il superfluo del nostro tempo, dei nostri doni, dei nostri affetti. Il Dio cristiano è un Dio geloso e non accetta compromessi di nessun genere. Dio chiede ai suoi fedeli un cuore indiviso. Ciò significa che in esso non vi deve regnare nessun altro amore, né per le cose e né per le persone. Il nostro cuore Dio lo vuole tutto per sé. Non vuole condividerlo né con gli idoli e né con il peccato, né con le cose e né con le persone.

Il secondo messaggio lo riceviamo da Gesù stesso, che, in qualche modo, indica alcuni requisiti del vero discepolo: rinnegare se stessi, prendere la croce, seguirlo. Anzitutto, dunque, rinnegare se stessi. Ma che cosa ci chiede veramente Gesù? Non ci chiede di vivere la vita a metà, ossia di rinunciare a fare progetti e nutrire dei sogni, mortificare i nostri sentimenti e le nostre aspirazioni più belle. Ci chiede di lasciarci guidare da Lui, che è via, verità, vita. Nell’episodio evangelico della chiamata dei discepoli, tra gli altri aspetti particolari, colpisce il fatto che questi lasciano tutto e seguono Gesù senza fare particolari commenti o chiedere spiegazioni o pretendere assicurazioni. Gesù ha chiesto una decisione di fiducia. Il suo non è un invito, è un imperativo, una chiamata con autorità divina, come quella con cui Dio chiamava i profeti nell'Antico Testamento. Non i discepoli scelgono il maestro, come avveniva per i rabbini del tempo, ma il maestro sceglie i discepoli per inviarli ad annunciare il Vangelo, non “portando bisaccia da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone” (Mt 10, 10). La chiamata comporta l'abbandono dei familiari, della professione, un cambiamento totale dell'esistenza per una adesione di vita che non ammette riserve o sconti particolari. La risposta dei discepoli senza spiegazioni ed assicurazioni, ossia senza una contropartita, è l’opposto del sistema dei rapporti che si hanno in una società mercantile. In questa, ogni azione e transazione è compiuta pensando ai relativi costi e ricavi. Molte volte, di fronte ad una azione generosa e gratuita, si sente ripetere: ma chi te lo fa fare? Che vantaggio te ne viene?

Il secondo requisito è quello di prendere la propria croce per seguire Gesù. Gesù ha usato il linguaggio figurato del “prendere la croce”, per indicare con questo gesto la fedeltà alla sua persona e al suo Vangelo. Egli ha chiesto a chi vuole essere suo discepolo di prendere la propria croce e di seguirlo. Sono due, dunque, le condizioni che egli pone per essere suoi discepoli, ossia cristiani autentici. Anzitutto chiede di prendere la propria croce. In effetti, ognuno va incontro a sofferenze e prove nella sua vita personale, nella famiglia, nella società, nel posto di lavoro. La vita non è una passeggiata per nessuno. Le ore della prova e del dolore arrivano quando meno ce lo aspettiamo, e, spesso, da chi meno ce lo aspettiamo. Nel momento particolare di crisi economica che anche le nostre famiglie stanno attraversando si sono moltiplicate le paure, le incertezze, le delusioni. Ma non basta portare la propria croce. La seconda condizione di Gesù è di portare la croce con Lui. C’è infatti una differenza tra il portare la croce da soli e il portarla in compagnia di qualcuno. Come, infatti, abbiamo bisogno di condividere con qualcuno le ore felici, così abbiamo bisogno di condividere i momenti della prova e della sofferenza. Quando gli sposi consacrano l’amore sull’altare promettono, con la grazia di Cristo, di essere fedeli sempre nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, tutti i giorni della vita. Secondo l’insegnamento di Gesù, quindi, non basta portare semplicemente la croce. Bisogna portarla con Lui, per ricevere da Lui fiducia e coraggio 

Cari fratelli e sorelle,

ricordiamoci che una croce senza amore è troppo pesante. Ma un amore senza croce è troppo vuoto. La morte di don Federico, che la fede cristiana considera un passaggio verso la piena comunione con Dio, ci esorta a portare le croci con Gesù. Esse potranno essere pesanti. Ma se saranno portate con Gesù conducono a un monte dove la morte è solo il buio prima dell’alba, l’alba della risurrezione.


Stampa   Email

S.E. Monsignor Ignazio Sanna
Arcivescovo Emerito di Oristano

Presidente della Pontificia Accademia di Teologia

Via degli Estensi, 133 - 00164 Roma
E-mail: arcivescovosanna@gmail.com
Tel: 06.66151377