Funerale di don Francesco Porcu

Parrocchia di Baratili S. Pietro, 7 dicembre 2013

Il nostro presbiterio si raccoglie ancora una volta, in quest’anno, la quarta, per accompagnare con la preghiera un nostro confratello sacerdote nel suo ultimo viaggio alla casa del Padre. Alcuni membri del nostro presbiterio, ossia di coloro che sono stati consacrati sacerdoti e tali rimarranno in eterno, ci hanno preceduto nel segno della fede, e, dal cielo, pregano e intercedono per noi.

Don Francesco raggiunge questi membri e compie questo viaggio nel tempo dell’Avvento che ci prepara al Natale, purificato da una lunga malattia, che negli ultimi tempi lo ha reso pendolare tra la casa e la clinica. In quest’ultimo periodo ho avuto la possibilità di visitarlo spesso e di testimoniarne la dignità umana e cristiana. L’ho potuto assistere fino alla vigilia della sua morte, e pregare con lui e per lui Dio Padre della misericordia e Maria madre di fiducia e speranza. Durante i suoi frequenti ricoveri in clinica ringraziava sempre il personale di servizio e i medici curanti per la loro cordialità e assistenza premurosa. Nei colloqui personali mi ricordava spesso il dovere dei sacerdoti di volersi bene, di perdonarsi, di imparare a vivere come in una famiglia. Un ideale che noi sacerdoti dovremmo sforzarci di raggiungere sia per fedeltà al testamento di Gesù, che ha pregato perché tutti siano e vivano uniti, e sia per dovere di esemplarità verso i nostri fedeli, che ci vogliono testimoni credibili di carità e di perdono. Ritengo che l’accoglienza dell’esortazione di S. Paolo alla Chiesa di Roma affinché il “Dio della perseveranza e della consolazione ci conceda di avere gli uni verso gli altri gli stessi sentimenti ad esempio di Cristo Gesù, perché con un solo animo e una sola voce rendiamo gloria a Dio Padre del Signore Nostro Gesù Cristo” (Rm 15, 5-6) sia il modo migliore di onorare la memoria di don Francesco.

Egli è stato ordinato da Mons. Sebastiano Fraghì a Abbasanta il 5 luglio del 1959. Ha iniziato il suo ministero sacerdotale prima come vice parroco ad Aritzo e animatore in Seminario, poi come parroco a Ula Tirso, a Baratili San Pietro, a Tonara, a Villanova Truschedu e Ollastra e lo ha concluso a Seneghe al compimento del 75° anno di età. In questi ultimi anni ha collaborato nel ministero parrocchiale con don Antioco Ledda a Riola Sardo.

La liturgia della Parola per la solennità dell’Immacolata ci propone il racconto genesiaco del primo peccato e dell’ingresso della morte nella storia dell’umanità. L’intento di questo racconto non è certamente quello di creare in noi scoraggiamento e paura, presentandoci una situazione di peccaminosità universale da cui non ci si può liberare da soli. Il racconto genesiaco vuol comunicarci piuttosto un messaggio di speranza. Il maligno c’è e opera costantemente contro il piano divino. Ma questo piano divino si realizza comunque e alla sua realizzazione collabora una donna, una ragazza di Nazareth, chiamata da Dio a diventare la madre del Messia, ossia la madre del Redentore, di colui che avrebbe liberato l’umanità dal giogo del peccato e della morte. Gli interrogativi sul perché del male, della sofferenza, della morte, rimangono ancora drammaticamente veri e attuali, ma ricevono una risposta di fiducia e speranza. Maria è la madre della speranza e le sue scelte di vita coraggiose dimostrano che è possibile unire la fedeltà a Dio con la fedeltà all’uomo. Lei è la profezia di un mondo nuovo, in cui sarà vinta la morte e sconfitto il peccato.

“Fra noi comunemente c’è un modo sbagliato di guardare la morte, ha detto recentemente Papa Francesco. Se viene intesa come la fine di tutto, la morte spaventa, atterrisce, si trasforma in minaccia che infrange ogni sogno, ogni prospettiva, che spezza ogni relazione e interrompe ogni cammino. Questo capita quando consideriamo la nostra vita come un tempo rinchiuso tra due poli: la nascita e la morte; quando non crediamo in un orizzonte che va oltre quello della vita presente; quando si vive come se Dio non esistesse. Questa concezione della morte è tipica del pensiero ateo, che interpreta l’esistenza come un trovarsi casualmente nel mondo e un camminare verso il nulla. Ma esiste anche un ateismo pratico, che è un vivere solo per i propri interessi e vivere solo per le cose terrene. Se ci lasciamo prendere da questa visione sbagliata della morte, non abbiamo altra scelta che quella di occultare la morte, di negarla, o di banalizzarla, perché non ci faccia paura”.

“Qual è, allora, il senso cristiano della morte? Se guardiamo ai momenti più dolorosi della nostra vita, quando abbiamo perso una persona cara ci accorgiamo che, anche nel dramma della perdita, anche lacerati dal distacco, sale dal cuore la convinzione che non può essere tutto finito, che il bene dato e ricevuto non è stato inutile. C’è un istinto potente dentro di noi, che ci dice che la nostra vita non finisce con la morte”. Un filosofo francese ha scritto che amare una persona equivale a dirgli: “tu non devi morire mai”. Non c’è dubbio che quando noi amiamo sinceramente e totalmente una persona vorremmo che questa non morisse mai. Ma non abbiamo il potere di impedire che essa muoia e lasci un vuoto incolmabile. L’unico che possa colmare questo vuoto e cambiare la nostra disperazione davanti alla morte è colui che ci garantisce che questa non è una fine ma un passaggio. In effetti, solo Gesù è colui che ha trasformato la morte in un passaggio dalla vita terrena nella vita eterna, perché solo lui è risorto dai morti. Questa è la grande speranza dei cristiani, che supera le piccole speranze di cui è piena la vita degli uomini; la speranza “affidabile”, di cui parla papa Benedetto XVI, che libera dall’ansia e crea futuro.

Non ogni speranza, infatti, ha lo stesso fondamento e può essere vissuta allo stesso modo. Le varie forme di previsione, le attese di una migliore condizione di vita, le promesse della sconfitta della malattia si basano su situazioni umane che possiamo dominare con le nostre risorse e i nostri mezzi. Esse rientrano nel numero delle possibilità umane. Ma la vera speranza si basa su possibilità sovrumane, ossia sulla fiducia che ciò che è impossibile agli uomini è possibile a Dio. Questa, per noi, è la speranza cristiana, ed è una virtù teologale, nel senso che ci viene donata da Dio, e trova il suo fondamento nella risurrezione di Gesù. L’evento della risurrezione di Gesù dai morti ha rivelato al mondo che è stato vinto l’ultimo ostacolo dell’esistenza umana: la morte.

Cari fratelli e sorelle,

questa speranza ha animato la vita e il ministero di don Francesco. La stessa speranza deve confortare il nostro dolore e trasformarlo in preghiera di suffragio per lui, che è giunto ormai al giorno senza tramonto, e per noi, pellegrini sulla terra, “rattristati dalla certezza del dover morire, ma consolati dalla promessa dell’immortalità futura”.  


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S.E. Monsignor Ignazio Sanna
Arcivescovo Emerito di Oristano

Presidente della Pontificia Accademia di Teologia

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