Funerale di don Giuseppe Siddu

Cattedrale di Oristano, 9 novembre 2013

Non è facile dare voce ai sentimenti di dolore, rassegnazione, gratitudine che ognuno di voi nutre nel proprio animo in questa giornata di lutto e speranza. L’eccezionale colore bianco dei nostri paramenti, tuttavia, vuole sottolineare che siamo convenuti in questa Cattedrale non per una giornata di lutto, ma per una giornata di festa spirituale e di convinta professione di fede nella “risurrezione dei morti e nella vita del mondo che verrà”.

Le porte del cielo, infatti, si sono aperte per accogliere don Giuseppe Siddu, un sacerdote innamorato di Gesù, ministro sapiente della misericordia divina. Secondo il conforto della liturgia, “gli angeli, i santi, i poveri, che, con Lazzaro, godono i beni eterni del cielo, lo hanno accolto nel Paradiso”. Ora, egli non girerà più, la notte, lungo i corridoi del Seminario, per spegnere le luci rimaste accese e, quale custode paterno, assicurarsi che tutto sia in ordine. La sua dimora è ormai nella Gerusalemme celeste, dove “non vi sarà più notte e non avranno più bisogno di luce di lampada, né di luce di sole, perché il Signore Dio lo illuminerà e regnerà nei secoli dei secoli” (Ap 22, 5).

Uomo giusto e timorato di Dio, Don Siddu ha terminato la sua esistenza terrena il 7 novembre, giorno immortalato dal genio di Alessandro Manzoni, che ha posto inizio alla vicenda dei promessi sposi proprio in data 7 novembre 1628. La passione letteraria di don Siddu amava ricordare questo giorno di novembre con precisione di maestro, e vedeva nella storia d’amore di Renzo e Lucia la mano della Provvidenza divina, che non turba mai la gioia dei suoi figli se non per prepararne loro una più grande. Sorella morte ha fermato il suo respiro affannoso nella piccola stanza del Seminario, e ha trasformato il tramonto autunnale del racconto manzoniano in un’alba eterna di luce. Il commiato dalla vita terrena che diamo al nostro fratello sacerdote Giuseppe con questa celebrazione, nella quale “annunciamo la morte del Signore e proclamiamo la sua risurrezione in attesa della sua venuta”, è accompagnato da tanti nostri ricordi di un uomo ricco di umanità e di virtù. Li portiamo all’altare e li deponiamo come offerta di lode e di gratitudine al Signore.

Don Siddu era e rimane un sacerdote amato da tutti. Raramente si trova una persona che riscuota unanime ammirazione, condivisione, gratitudine come lui. Ancora oggi, pronunciare il nome di don Siddu equivale a pronunciare il nome del Seminario di Oristano. Gli sono sicuramente grati i sacerdoti della Diocesi arborense che lo hanno avuto come padre spirituale; gli ex-alunni del Seminario che, anche se per poco tempo, hanno sperimentato la carica della sua umanità; i seminaristi di ieri e di oggi, che egli ha seguito con sapienza e discrezione; le tante persone che nel suo ministero della riconciliazione, spesso esercitato nella sagrestia della Cattedrale, hanno trovato la gioia del perdono e la pace della coscienza. Io l’ho conosciuto all’inizio del mio ministero episcopale, e sin da allora ho visto in lui l’educatore prudente, l’uomo di preghiera, l’umile operaio della vigna del Signore, che aveva un rispetto sacro dell’autorità, della disciplina, delle persone. Io non ho avuto la fortuna di dare il viatico a mio padre e a mia madre, perché non ho assistito alla loro morte. L’ho potuto dare, invece, a don Siddu, quasi come a mio figlio spirituale, e ringrazio il Signore per avergli assicurato la compagnia del pane di vita eterna nella sua ultima tappa di pellegrinaggio terreno.

Cari fratelli e sorelle,

celebriamo questa Eucaristia di risurrezione nel giorno della festa della dedicazione della Basilica Lateranense. La Cattedrale di Roma, costruita per onorare il Salvatore, è il primo segno esteriore e sensibile della vittoria della fede cristiana sul paganesimo occidentale, e della testimonianza dei numerosi martiri dei primi secoli; segno tangibile del tempio spirituale che è il cuore del cristiano. “Distruggete questo Tempio e in tre giorni lo farò risorgere”, ha detto Gesù ai Giudei di Gerusalemme. Le sue parole nel contesto della purificazione del Tempio mettono in chiara luce che il suo corpo, morto e risorto, è il nuovo e definitivo Tempio. Gesù è il Tempio nel quale Dio è presente e nel quale i cristiani sono chiamati a rendere culto al Padre nello Spirito.

Ora, anche il nostro corpo, con la consacrazione battesimale, è diventato tempio spirituale nel quale abita il Signore. S. Paolo ci ammonisce affinché “ciascuno sia attento a come costruisce. Infatti nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo” (1Cor 3, 10-11). E S. Agostino ci esorta: “Non uscire fuori di te, ritorna in te stesso: nell'interiorità dell'uomo abita la Verità, e se troverai la tua natura mutabile, trascendi anche te stesso” (De vera religione, XXXIX). Alla luce di questi insegnamenti possiamo dire che il tempio spirituale della persona di don Siddu, in 84 anni di vita, di cui 56 trascorsi in Seminario, dopo un breve ministero parrocchiale a Nuraxinieddu, è stato costruito sulla pietra angolare che è Cristo Gesù. Il modo, poi, con qui questo tempio è stato costruito e conservato evoca per certi versi il programma di vita cristiana che papa Francesco ha proposto all’inizio del suo ministero petrino e che mi piace considerare come il testamento spirituale di don Siddu alla nostra comunità diocesana.

Papa Francesco ha esortato anzitutto a camminare. “Questa è la prima cosa che Dio ha detto ad Abramo: Cammina nella mia presenza e sii irreprensibile. La nostra vita è un cammino e quando ci fermiamo, c’è qualcosa che non va. Camminare sempre, in presenza del Signore, alla luce del Signore, cercando di vivere con quella irreprensibilità che Dio chiedeva ad Abramo, nella sua promessa”. In secondo luogo, ha esortato a edificare la Chiesa. “Si parla di pietre: le pietre hanno consistenza; ma pietre vive, pietre unte dallo Spirito Santo. Edificare la Chiesa, la Sposa di Cristo, su quella pietra angolare che è lo stesso Signore”. Infine, ha esortato a testimoniare. “Noi possiamo camminare quanto vogliamo, noi possiamo edificare tante cose, ma se non confessiamo Gesù Cristo, operiamo invano. Diventeremo una ONG assistenziale, ma non la Chiesa, Sposa del Signore. Quando non si edifica sulle pietre succede quello che succede ai bambini che fanno i castelli di sabbia sulla spiaggia. Senza consistenza e stabilità tutto viene giù”.

Le parole di papa Francesco ci impegnino a “camminare in presenza del Signore, con la Croce del Signore; edificare la Chiesa sul sangue del Signore; confessare l’unica gloria: Cristo Crocifisso”. Il caro Don Siddu preghi dal cielo perché la sua Chiesa arborense cammini, edifichi, confessi con il coraggio della profezia e la testimonianza della carità. La sua memoria sia benedizione.


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S.E. Monsignor Ignazio Sanna
Arcivescovo Emerito di Oristano

Presidente della Pontificia Accademia di Teologia

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