Funerale di don Silvio Mereu

Parrocchia di Samugheo, 24 gennaio 2017

Non so quante volte il caro don Silvio Mereu abbia ricevuto da voi l’augurio che si fa comunemente a chi compie gli anni: a chent’annos. Glielo avremmo cantato noi, suoi confratelli nel sacerdozio, fra qualche mese, ossia il prossimo 4 aprile.

Il Signore lo ha chiamato a sé prima di questo compleanno, nel primo pomeriggio del 21 gennaio, memoria liturgica di S. Agnese, la martire cristiana ricordata nella prima preghiera eucaristica della messa. Io non ho conosciuto don Silvio negli anni del suo ministero attivo, che ha esercitato con passione e dedizione nelle parrocchie di Tonara, Norbello, Nughedu Santa Vittoria, tra gli emigrati italiani in Francia, e come cappellano di bordo della Marina Mercantile. L’ho incontrato per la prima volta nella sua casa qui a Samugheo e poi tante altre volte nell’Oasi Regina degli Apostoli delle Fedeli Apostole a Desulo. La parola che ripeteva quando lo si salutava era sempre: “grazie”. Ringraziava le suore, ringraziava Mons. Carrus nel quale aveva posto totale fiducia, ringraziava tutti noi che lo visitavamo. Penso che sia stata una delle ultime parole che ha pronunciato prima di perdere coscienza. Era il decano del nostro presbiterio arborense, essendo stato ordinato il 25 luglio del 1941 da Mons. Giuseppe Cogoni. Ora fa parte del nostro presbiterio del cielo.

Oggi, lo affidiamo alla misericordia del Signore nel giorno in cui la Chiesa venera S. Francesco di Sales, il dottore della Chiesa che ha illuminato tante coscienze con i suoi scritti Introduzione alla vita devota e Trattato dell’amore di Dio. È il patrono dei giornalisti e di tutti coloro che operano nel mondo della comunicazione. La liturgia della Parola ci offre due insegnamenti in modo particolare, sui quali vorrei fermarmi brevemente: il primo ci dice chi ci salva veramente e il secondo come ci salviamo. Per quanto riguarda il primo insegnamento, riaffermiamo solennemente che chi ci salva è Gesù, con la sua morte e la sua risurrezione. È lui la nostra salvezza e la nostra speranza. Surrexit Christus spes mea: è risorto Cristo mia speranza, cantiamo a Pasqua e lo ripetiamo ancora oggi. “La Sacra Scrittura ci mette in guardia contro le false speranze che il mondo ci presenta, smascherando la loro inutilità e mostrandone l’insensatezza. E lo fa in vari modi, ma soprattutto denunciando la falsità degli idoli in cui l’uomo è continuamente tentato di riporre la sua fiducia, facendone l’oggetto della sua speranza.” Nella prima lettura che è stata proclamata si dice chiaramente che il sangue dei tori e dei capri non eliminano il peccato, non liberano dal male. Dio non gradisce né gli olocausti né i sacrifici, ossia non gradisce l’offerta delle cose e degli animali, ma vuole l’offerta delle persone che mettono la propria vita al servizio del Vangelo. È facile, infatti, privarsi di una cosa, di un oggetto. È difficile privarsi di un sogno. E Gesù, il sogno di ogni sacerdote, ha impostato la sua vita in perfetta obbedienza alla volontà di Dio suo Padre. Tanto da dire che il suo cibo era fare la volontà di Dio (Gv 4, 34), e nell’Orto degli Ulivi, sudando sangue, pregare perché si facesse non la sua ma la volontà di suo Padre (Mt 20, 23).

Chi ha fede, ha detto recentemente Papa Francesco, si fida di Dio, anche quando viene il momento in cui, scontrandoci con le difficoltà della vita, sperimentiamo la fragilità di quella fiducia e sentiamo il bisogno di certezze diverse e di sicurezze concrete. In quei momenti cerchiamo consolazioni anche effimere, per riempire il vuoto della solitudine e lenire la fatica del credere. Le cerchiamo magari nel denaro, nelle conoscenze importanti, nelle amicizie con i potenti. A volte vogliamo piegare Dio alle nostre richieste e pretendiamo che cambi la realtà secondo i nostri desideri.

Un salmo che recitiamo nelle nostre preghiere dipinge molto bene la falsità degl’idoli cui gli uomini di ogni tempo sono tentati di affidarsi. È il salmo 115, che dice: “I loro idoli sono argento e oro, opera delle mani dell’uomo. Hanno bocca e non parlano, hanno occhi e non vedono, hanno orecchi e non odono, hanno narici e non odorano!” (vv. 4-6). Il messaggio è molto chiaro: se si ripone la speranza negli idoli, si diventa come loro: immagini vuote con mani che non toccano, piedi che non camminano, bocche che non possono parlare. Non si ha più nulla da dire, si diventa incapaci di aiutare, di cambiare le cose, di donarsi, di amare. Solo se speriamo in Dio ed accogliamo il suo invito otteniamo la salvezza: “Israele, confida nel Signore…Casa di Aronne, confida nel Signore...Voi che temete il Signore, confidate nel Signore”!

L’episodio del Vangelo ci dice come ci salviamo. Gesù, rivolgendosi a sua madre Maria e ai suoi parenti, fa capire loro che la sola parentela naturale non è sufficiente per salvarsi. E’ necessario stabilire un altro rapporto, di tipo spirituale, perché i legami naturali perdono di significato per coloro che “non da sangue, né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati” (Gv 1, 13). Ai nostri giorni, possiamo tradurre questo insegnamento col dire che non ci salva la Chiesa, se questa viene ridotta a maestra di etica pubblica o ad agenzia religiosa, la quale, al massimo, sbrigherebbe delle pratiche di filantropia. Il carattere religioso dell’appartenenza ecclesiale non è automaticamente carattere cristiano. Il deismo diffuso, che caratterizza un'indistinta attività religiosa, è solo il contrario dell'ateismo, ma non è l'equivalente del cristianesimo. Non basta essere religiosi per essere cristiani, anche se l'essere cristiani, ovviamente, porta ad essere religiosi. È chiaro, comunque, che, nell’episodio narrato dal Vangelo, Gesù non rinnega sua madre e i suoi parenti. Questa può essere una prima impressione, quando si legge questo racconto, ma non è così. Al contrario, Maria viene esaltata. Lei, dice S. Agostino, ha concepito prima nella mente che nel corpo. Ha ascoltato la parola dell’Angelo, ha rinunciato ad un suo progetto di vita, ha prestato fede alla promessa divina. Lei viene proclamata beata, perché “ha creduto nell'adempimento di ciò che il Signore le ha detto” (Lc 1, 45), perché è stata perfetta nell’ascoltare e nell’osservare la Parola di Dio.

Cari fratelli e sorelle,

noi ci salviamo nella misura in cui ascoltiamo la voce di Dio e ci lasciamo salvare da Lui. Nel cristianesimo non si esalta l’eroismo. Si loda la santità. L’eroismo mostra quello che può fare l’uomo. La santità mostra quello che può fare Dio. E le opere di Dio sono i santi come Madre Tersa di Calcutta, i nostri S. Ignazio da Laconi, Beato Nicola da Gesturi, Fra Lorenzo. Questi santi sono testimoni di umiltà e carità, ossia delle virtù che piegano il cielo sui bisogni dei poveri e scoprono tesori di bene nel cuore di chi ama e di chi spera. A questi santi si è ispirato sicuramente don Silvio nella sua lunga sofferenza che lo ha purificato nel corpo e nello spirito. A questi santi ci ispiriamo anche noi, nell’affidare alla misericordia divina un nobile figlio di questa comunità parrocchiale.


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S.E. Monsignor Ignazio Sanna
Arcivescovo Emerito di Oristano

Presidente della Pontificia Accademia di Teologia

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