Funerale di Mons. Francesco Zanda

Parrocchia di Desulo, 4 settembre 2016

Ci ritroviamo questa sera in questa chiesa parrocchiale per accompagnare con la preghiera di gratitudine e di intercessione Mons. Francesco Zanda alla casa del Padre. Quando muore un sacerdote sale in cielo una storia di grazia, di misericordia, di consolazione spirituale, di perdono. Don Zanda ha vissuto 90 anni e, quindi, è stato canale di grazia del Signore per tantissime persone.

Alcune di queste, tra le quali il nipote don Francesco Junior, don Umberto Lai, Mons. Melis, morto anche lui il 3 settembre di sette anni fa, lo hanno preceduto in cielo e lo accoglieranno con gratitudine. A questa gratitudine celeste si unisce quella terrena di tutti coloro che, familiari, amici, sacerdoti e fedeli, per 67 anni, a cominciare dal giorno della sua ordinazione presbiterale qui a Desulo nel luglio del 1949, lo hanno conosciuto zelante ministro di Dio, uomo di preghiera e di benedizione. La Chiesa ha bisogno di degne figure sacerdotali per contrastare una pubblicità ostile, attenta a registrare il rumore dello scandalo, ma distratta per ascoltare il silenzio della foresta che cresce.  

Come Vescovo, ho serbato sempre un grande rispetto e una sincera venerazione spirituale per don Zanda. Non sono mai riuscito a dargli del tu, anche quando si presentava come un figlio per chiedere la benedizione a suo padre. Quando accettai la decisione di concludere il suo servizio attivo in parrocchia lo incoraggiai vivamente a continuare a essere un sacerdote di Cristo per il bene della Chiesa e del prossimo. Per la nostra Diocesi e il nostro presbiterio la sua morte è sicuramente una perdita, anche se la fede ci assicura che egli è diventato nostro intercessore di comunione ecclesiale e passione sacerdotale.

La Provvidenza ha voluto che l’Eucaristia che celebriamo coincida con il pellegrinaggio giubilare della Forania di Isili, nella quale egli ha lavorato per ben 58 anni come parroco di Nurallao. Molti fedeli di questa parrocchia e della Forania sono oggi presenti in questa chiesa, diventata cattedrale diocesana, venuti per sperimentare la vicinanza di Dio che perdona, che fa rialzare chi è caduto, che incoraggia chi si è fermato. Questa circostanza è l’ultimo regalo di grazia e misericordia di don Zanda alla sua gente. In questo modo, egli è rimasto prete anche nella morte e con la morte. Inoltre, questa mattina è stata canonizzata Madre Teresa di Calcutta, evento emblematico di tutto il giubileo della misericordia. E, siccome tutta la storia è storia di salvezza, non è senza significato, per chi la legge con gli occhi di Dio, vedere la coincidenza odierna come un dono della vita sacerdotale di don Zanda. Grazie, don Francesco, per questo legame spirituale con una testimone di profezia e carità.

Nella proclamazione della Parola di Dio abbiamo sentito la domanda: “Quale uomo può conoscere il volere di Dio? Chi può immaginare che cosa vuole il Signore?” La domanda è retorica, perché la risposta ovvia è che nessuno può conoscere il volere di Dio, anche se tutti ci sforziamo di conoscerlo. Una cosa è sicura, però: Dio vuole il bene d’ognuno di noi. Ci ha creato per essere felici. Ma lo vuole in modo diverso da come lo vogliamo noi. Questo è il mistero. La gioia più grande dell’uomo, perciò, consiste nel vivere l’unione di queste due volontà. L’ha espresso molto bene Dante Alighieri, quando nel canto del Paradiso, fa dire a S. Bernardo: “nella sua volontà è la nostra pace”. Allo stesso tempo, la più grande tristezza dell’uomo consiste nell’opporre la sua volontà a quella di Dio e, di conseguenza, vivere in perenne conflitto interiore. Lo so. Non è facile accettare la volontà di Dio quando uno si vede in un istante distrutta la casa, morti i propri familiari, compromesso il proprio futuro. Quindi, non vogliamo banalizzare il dolore dei parenti delle vittime del terremoto e non possiamo non condannare chi lo fa in nome di una presunta libertà di offendere i sentimenti più cari della gente. Gli albori della civiltà umana coincidono con il giorno in cui è stato deposto un fiore sulla tomba dei morti. Quel gesto va rispettato. Su ogni altro atteggiamento, perciò, preferiamo il silenzio degli amici di Giobbe e la preghiera al Signore della vita e della morte.

Ma il Vangelo ci dà delle preziose indicazioni per orientare la ricerca della volontà di Dio e determinare la natura dei discepoli di Gesù. Ovviamente, per essere discepoli di Gesù non basta conoscere la sua vita e i suoi insegnamenti, osservare formalisticamente i precetti della Chiesa. Bisogna, invece, stabilire con lui un rapporto di comunione profonda. E per ottenere questo rapporto, Gesù ci aiuta a rimuoverne gli ostacoli.

Il primo ostacolo riguarda il rapporto con le persone che amiamo. Gesù ci invita a fare verità sulle nostre relazioni, a scoprire chi amiamo veramente, a mettere ordine nei nostri affetti. Ognuno di noi deve disporre d’una graduatoria spirituale che dia la precedenza a ciò che veramente conta nella nostra vita di uomini e di cristiani. Nel fare questa graduatoria ricordiamoci che non ci viene chiesto di rinunciare ad amare le persone, ma di amare di più Gesù, ossia di mettere a fondamento di ogni nostro rapporto la relazione con Lui.  

Il secondo ostacolo riguarda il nostro rapporto con la croce. Che cosa significa concretamente prendere la propria croce? Significa condividere con fedeltà il cammino di Gesù così come lo condividono gli sposi che si promettono fedeltà nella buona e nella cattiva sorte. La croce non è simbolo di sofferenza, di rinuncia, di dolore. Il Vangelo ci esorta a viverla come simbolo di amore, di generosità, di dedizione totale. Tante volte ho ripetuto che una croce senza amore è troppo pesante, un amore senza la croce è troppo vuoto. Sant’Agostino ci ha insegnato che il nostro amore è il nostro peso: amor meus pondus meum. Chi segue Gesù spinge lo sguardo oltre la sommità del Monte Calvario, verso un orizzonte di vita senza tramonto.

Il terzo ostacolo riguarda la relazione con i beni, con le ricchezze. Può sembrare strano parlare di ricchezze in un momento di crisi generale, di mancanza di lavoro, di fatica condivisa per arrivare alla fine del mese. Ma il pericolo che viene denunciato è quello di non dare il giusto peso ai beni necessari per vivere una vita degna. Se si considera unica felicità quella di possedere molti beni, se si rompono i rapporti familiari per le liti sull’eredità, se si compiono scelte immorali per trarre profitto dalle disgrazie degli altri, non si può essere discepoli di Gesù e non si può abusare del nome di cristiani.

Cari fratelli e sorelle,

il ricordo di don Zanda ci dia la grazia di essere discepoli di Cristo, che sanno amare, sanno soffrire, sanno donare. La Madonna della Strada, cui don Zanda ha dedicato una bella chiesa, lo accolga nel paradiso di gloria, che ha meritato con esemplare virtù, e benedica questa comunità, che ha amato con tanta passione.


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S.E. Monsignor Ignazio Sanna
Arcivescovo Emerito di Oristano

Presidente della Pontificia Accademia di Teologia

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