Funerale di Mons. Sebastiano Frongia

Cattedrale di Oristano, 15 marzo 2014

Ancora una volta siamo chiamati a proclamare la risurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo nell’accompagnamento alla vita senza tramonto di un nostro confratello nel sacerdozio: Mons. Sebastiano Frongia. Uomo di fede e di profonda vita interiore, purificato da lunga e sofferta malattia, con il conforto della grazia sacramentale e l’assistenza generosa degli amici, è ritornato alla casa del Padre nel tardo pomeriggio del giovedì 13 marzo.

Aveva iniziato il suo ministero pastorale a Cabras, come viceparroco di Santa Maria Assunta, per proseguirlo, dopo un anno, ad Allai, come parroco. Da qui fu trasferito ad Atzara dove rimase 15 anni, per passare infine a Bonarcado ed ivi concludere il suo ministero di parroco, dopo 19 anni di intensa e intelligente attività. Divenuto canonico del capitolo metropolitano, continuò il suo ministero sacerdotale come cappellano delle Monache Sacramentine, Consulente del Consultorio Familiare Diocesano, nonché Assistente Diocesano dei Medici Cattolici. Ha sopportato le sofferenze e le privazioni della malattia con esemplare rassegnazione e lucida consapevolezza, sino a poche ore prima della morte. Nelle volte in cui andavo a trovarlo, mi chiedeva sempre la benedizione, si informava della vita diocesana e in modo particolare del Seminario Diocesano, di cui conosceva il numero e i nomi dei seminaristi. Leggeva gli eventi della sua vita e delle persone affidate alla sua cura pastorale con gli occhi della misericordia di Dio; ha sempre professato una sincera fede nella guida della Provvidenza divina.

La Parola di Dio che accompagna la nostra celebrazione, ora, ci ha riportato idealmente sulla montagna delle Beatitudini, per richiamarci l’altissimo ideale della perfezione cristiana: “siate perfetti come è perfetto il Padre vostro che è nei cieli” (Mt 5, 48). L’ideale che ci viene proposto è molto impegnativo e potrebbe anche scoraggiarci, attesa la debolezza e precarietà delle nostre forze morali. Ma sappiamo che nessuno è nato perfetto, e tutti siamo chiamati a tendere alla perfezione. I santi non sono nati santi, ma lo sono diventati con l’esercizio delle virtù e con l’aiuto della grazia di Dio. Siamo chiamati a “camminare per le vie del Signore e a osservare le sue leggi” (Dt, 26, 17). Queste leggi divine, però, seguono spesso una logica diversa da quella delle leggi umane. La giustizia divina è diversa dalla giustizia umana. Lo stesso perdono divino è diverso dal perdono umano, perché include il perdono dei nemici e dei persecutori. Ciò che, tuttavia, è sotteso all’insegnamento evangelico che ci viene proposto dal Discorso della Montagna, è il concetto di dono puro.

A questo riguardo, è noto come all'origine di tanti processi di degrado della nostra convivenza civile ci sia la prevalenza del principio del mercato, anche se la sua logica non è sempre praticata. Sul piano della prassi, infatti, si sottraggono chiaramente alla logica del mercato molte forme di gratuità e di generosità. In un periodo nero per l’economia nazionale, nel pieno di una crisi di consumi senza precedenti, la nostra gente ha scoperto la solidarietà. Senza dubbio, l'essere generosi è un nuovo modo di partecipazione. La solidarietà è una forma supplente di impegno politico. La nostra gente sa essere altruista e solidale, si dedica al volontariato e si mobilita per cause etiche e umanitarie.

Sul piano delle idee, si riconoscono la reciprocità e il dono come le modalità relazionali più propriamente umane. Il movente del dono, la passione pura e semplice di donare e di ricevere in cambio, si basa semplicemente sul bisogno di amare e di essere amato, che è altrettanto forte, anzi probabilmente più forte e più fondamentale, del bisogno di acquisire, di accumulare cose, di ottenere beni. L'uomo è in primo luogo un essere di relazione e non di produzione.

La figura simbolica del dono assoluto, senza investimento né prospettiva di ritorno, è il nostro Patriarca Abramo, pronto al sacrificio supremo per rispondere alla chiamata di Dio. L'atto di Abramo che sacrifica, dandogli la morte, ciò che ha più caro, avviene al di fuori di ogni rapporto o reciproco riconoscimento, poiché il suo rapporto con Dio è segnato da una asimmetria assoluta, dall'incommensurabilità della voce divina, che ci rende responsabili pur senza renderci soggetti d’una decisione autonoma.

Cari fratelli e sorelle,

vorrei concludere la mia riflessione con il riferimento a una esperienza che papa Francesco ha confidato l’altro giorno al clero di Roma. Ha raccontato che mentre egli era ancora vescovo ausiliare e vicario generale della capitale argentina, morì P. José Aristi, un sacramentino, confessore di moltissimi sacerdoti della Diocesi. “Io abitavo nella Curia, ha riferito il papa, e ogni mattina presto scendevo a controllare il fax, per vedere se era arrivato qualche cosa di nuovo. E il mattino di Pasqua ho letto un messaggio che diceva: "Ieri prima della veglia è mancato il padre Aristi". Credo che avesse 94 o 96 anni. Per pranzo, nel giorno di Pasqua, dovevo andare dai preti della casa di riposo. Ma finito il pranzo andai alla chiesa di padre Aristi. Scesi nella cripta, il padre era nella bara, c'erano solo due vecchiette in un angolo che pregavano e nessun fiore. "Ma quest’uomo – mi dissi – ha perdonato i peccati a tutto il clero e ora non ha un fiore!". Così sono salito, sono andato in un negozio di fiori per strada e ho comprato dei fiori, delle rose. Poi ho cominciato a preparare la bara con i fiori.

Allora - ha detto ancora Francesco - ho guardato il rosario che il padre aveva tra le mani. Mentre sistemavo i fiori ho preso la croce del rosario, e con un po’ di forza l’ho staccata. E in quel momento l’ho guardato e ho detto: “Dammi la metà della tua misericordia”. Ho sentito una cosa forte che mi ha dato il coraggio di fare questo e di fare questa preghiera! E poi, quella croce l’ho messa qui, in tasca. Le camicie del Papa non hanno tasche, ma io sempre porto qui una busta di stoffa piccola, e da quel giorno fino ad oggi, quella croce è con me. E quando mi viene un cattivo pensiero contro qualche persona, la mano mi viene qui, sempre. E sento la grazia! Sento che mi fa bene. Quanto bene fa l’esempio di un prete misericordioso, di un prete che si avvicina alle ferite…”.

Cari fratelli e sorelle,

né io né alcuno di voi ha strappato la croce del rosario che Mons. Frongia stringeva tra le mani dentro la bara. Però, il suo ricordo di confessore amabile e di mediatore generoso della misericordia divina rimane vivo in tutti noi. Preghiamo, allora, perché interceda per noi dal cielo, e ci ottenga dal cuore di Dio un pezzo della sua misericordia. Saremo amati, se sapremo amare; troveremo misericordia, se saremo misericordiosi.


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S.E. Monsignor Ignazio Sanna
Arcivescovo Emerito di Oristano

Presidente della Pontificia Accademia di Teologia

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