Funerale di Mons. Vincenzo Murgia

Parrocchia di Nureci, 10 novembre 2018

Ci ritroviamo in questa chiesa parrocchiale per accompagnare con la preghiera il ritorno di Mons. Vincenzo Murgia alla casa del Padre. In questa medesima chiesa don Vincenzo ha celebrato l’Eucaristia, i sacramenti del battesimo, della riconciliazione, del matrimonio, il rito delle esequie dei fedeli per ben 67 anni.

Solo nove mesi è stato fuori di questa comunità, quelli trascorsi a Isili come viceparroco. È stato Vicario foraneo per oltre 50 anni e cappellano di Sua Santità dal 1998. Davanti alla sua morte improvvisa, condivido con voi la reazione di S. Agostino per la morte di un suo amico: “Non ti chiedo Signore perché me lo hai portato via. Ti ringrazio perché me lo hai dato”! Ringraziamo il Signore per la vita e il ministero di don Vincenzo. Con il salmo 90 ci rivolgiamo a Dio pregando: “Tu fai ritornare l’uomo in polvere, quando dici: “Ritornate, figli dell’uomo … Gli anni della nostra vita sono settanta, ottanta per i più robusti … Insegnaci a contare i nostri giorni e acquisteremo un cuore saggio”.

Don Vincenzo ha acquistato senza dubbio un cuore saggio, perché ha contato i 67 anni di ministero sacerdotale in questa parrocchia, divenuta la sua famiglia, in questo paese, divenutone suo cittadino onorario. Penso che la maggior parte degli abitanti del paese siano stati battezzati da don Vincenzo, che, pertanto, può essere considerato il padre spirituale di questa comunità. Tra i suoi gioielli ha sempre annoverato i cinque sacerdoti che ha avuto la gioia di accompagnare all’ordinazione presbiterale. Io lo ricordo con affetto e simpatia, perché era sempre presente agli incontri comunitari dei ritiri del Clero, dei convegni ecclesiali, delle attività diocesane. Non si può dire che abbia vissuto la sua vocazione da semplice funzionario del sacro o da stanco impiegato clericale. Ha amato la sua Chiesa diocesana. E la Chiesa diocesana, unita alla comunità parrocchiale, conserva grata memoria della sua fedeltà esemplare. Il Papa ha detto mercoledì scorso che “la vita non è il tempo per possedere ma per amare”. Ebbene, don Vincenzo ha speso la sua vita per amare la sua comunità, che ne conserverà la memoria con affetto immutato e preghiera costante.

Ora, la parola di Dio che illumina la nostra celebrazione può essere riassunta dall’esortazione alla speranza di essere salvati dal peccato e dalla dannazione eterna, perché Cristo è morto per ogni uomo e ogni donna (Rm 5, 6); e perché Dio Padre vuole che Gesù non perda nessuno di quanti gli sono stati affidati ma li risusciti nell’ultimo giorno (Gv 6, 40). La speranza della salvezza non si fonda sul possesso di sicurezze materiali, ma sulla promessa di Gesù in croce, che ha detto al ladrone pentito: “oggi tu sarai con me in paradiso” (Lc 23, 43). In definitiva, la speranza cristiana ci assicura che la morte non è la caduta nel nulla, ma l'incontro definitivo con il Dio della vita. Essa viene alimentata dalla preghiera, che mantiene viva nel nostro cuore e nel nostro affetto la presenza delle persone che amiamo. Un grande poeta mistico ha scritto: "Fratello, se vieni a visitare la mia tomba, non devi piangere. Non è giusto addolorarsi per l'unione con Dio. Dopo la mia morte non cercare la mia tomba sulla terra: la mia tomba è nel cuore di coloro che amano."

Il morire, per noi cristiani, trova il suo ultimo senso nella vita e nell’insegnamento di Gesù. I Vangeli riferiscono tre interventi miracolosi su altrettante persone morte: la figlia di Giairo (Mc 5, 35-43), il figlio della vedova di Naim (Lc, 7, 11-17), l'amico Lazzaro di Betania (Gv, 11). Davanti a questi morti, Gesù mostra una grande compassione umana che sfocia nel pianto per la perdita dell’amico, ma, allo stesso tempo, si manifesta come il Figlio di Dio. È vero, infatti, che i morti che richiama in vita non risorgono definitivamente, perché la figlia di Giairo, il figlio della vedova di Naim e Lazzaro moriranno di nuovo. Però, Gesù, richiamandoli in vita, anche se temporaneamente, rivela in maniera reale ed efficace il destino ultimo dell'umanità, ossia la risurrezione per la vita eterna in Dio. In breve, il passaggio reale di Gesù nella regione della morte trasforma il morire di tutti, perché oltre alla risurrezione dalla morte fisica, Egli ci dona anche la liberazione dalla morte spirituale: "se siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con lui, sapendo che Cristo, risorto dai morti, non muore più […] Egli morì una volta per tutte, ora vive e vive per Dio" (Rm, 6, 8-10).

Cari fratelli e sorelle,

alla luce della vita e dell’insegnamento di Gesù, possiamo ben dire che la morte non è cadere nel buio della disperazione, ma solo mettere da parte la lampada terrena, perché è arrivata l’alba dell’eternità. Per noi cristiani, la luce della fede illumina il pellegrinaggio terreno soprattutto nel momento della prova, e, per questa ragione, sull’esempio delle vergini della parabola evangelica, siamo esortati a mantenere le lampade sempre accese, perché non sappiamo né il giorno né l’ora della venuta del Signore (Mt 25, 13). Quando il lutto entra nelle nostre case dobbiamo dimostrare che la visione cristiana della vita e della morte motiva e orienta il nostro comportamento. Se, come nel caso di don Vincenzo, la morte sopraggiunge alla fine d’una esistenza carica di anni e di gratificazioni, è facile considerarla come una conseguenza della natura umana e accettarla come il destino inevitabile. Ma se la morte colpisce i nostri affetti con la scomparsa prematura di familiari o amici, o peggio, ad opera della crudeltà e della malvagità dell’uomo, allora scatta la protesta e la ribellione interiore.

Ci aiutano a vivere il mistero della morte in spirito di fede quelle persone che accettano la sofferenza dalle mani di Dio e che, con ammirevole coraggio, la considerano un’esperienza di grazia. Certamente, la ragione umana non arriva a giustificare l’esistenza del male, ma ciò che non giustifica la ragione lo coglie la sapienza della fede. Di fatto, possiamo trovare miracoli di fede sui letti degli ospedali, dove persone afflitte da malattie incurabili trovano il coraggio di benedire Dio. Sono queste persone i martiri dei nostri tempi, capaci di trasformare il letto in santuario, e di lodare il Dio della vita alla vigilia della morte. Di fronte a questa preghiera ogni forma di protesta diventa meschina, ogni scelta di fede è degna di ammirazione.

Le parole di Gesù invitano a credere in lui. Rinnoviamo, allora, ancora una volta, la nostra fede nel Cristo risorto, annunciando la sua morte, proclamando la sua risurrezione, nell’attesa della sua venuta. Il ricordo di don Vincenzo sia benedizione.


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S.E. Monsignor Ignazio Sanna
Arcivescovo Emerito di Oristano

Presidente della Pontificia Accademia di Teologia

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