Natale 2010

Cattedrale di Oristano, 25 dicembre 2010 

Ogni anno il mistero del Natale ci porta un messaggio diverso e allo stesso tempo uguale. Diverso, perché la liturgia ci propone testi diversi sui quali riflettere, ma anche uguale, perché il cuore del messaggio natalizio è sempre lo stesso: un invito alla gioia dello spirito e alla bontà della vita. In effetti, anche noi siamo allo stesso tempo diversi e uguali, siamo le stesse persone ma non gli stessi.

 Noi siamo diversi dall’anno scorso. Abbiamo perso qualche illusione. Abbiamo acquistato qualche speranza. Il mondo che ci circonda non è lo stesso, cambia continuamente. Ci sono più persone senza lavoro, più giovani senza futuro, più bambini senza famiglia, più malati senza cura, più persone senza cibo e senza casa. Com’è possibile fare Natale con tutta questa miseria che ci circonda? Ha ancora senso parlare di pace, se ogni giorno nasce un nuovo conflitto? È possibile parlare di onestà, se ogni giorno viene scoperto e denunciato un nuovo imbroglio? È possibile parlare di rispetto delle persone, se ogni giorno si commettono stupri, torture, omicidi? È possibile sperare in un mondo più giusto e più tranquillo senza essere accusati di ingenuità e sprovvedutezza? Ha scritto Salvatore Quasimodo: “Pace nel cuore di Cristo in eterno; ma non v'è pace nel cuore dell'uomo. Anche con Cristo e sono venti secoli il fratello si scaglia sul fratello. Ma c'è chi ascolta il pianto del bambino che morirà poi in croce fra due ladri?” Di sicuro, ci vuole molto coraggio per ascoltare quel pianto del bambino e continuare a sperare  ed amare nel mezzo di una terribile crisi economica, di una preoccupante eclissi di valori, di una paurosa mancanza di prospettive.  

Ma i cristiani sanno essere uomini di coraggio. Dimostrano coraggio non solo quei cinquanta milioni di uomini e donne che in diverse parti del mondo sono perseguitati per la loro fede e dove il solo nome di cristiano è una ragione per essere uccisi e offesi. Lo dimostrano anche quei malati che, con la cura dei loro familiari, credono che la vita vada comunque difesa e vissuta in tutte le sue stagioni; quei volontari che lasciano il proprio paese e la propria professione per andare in territori di missione ad annunciare il vangelo. Lo dimostra Cristina Succameli, la bambina quartese che il 13 dicembre scorso ha ritirato il premio di bambina più buona d’Italia. A sei anni, quando i sogni si confondono con la realtà, accudisce con molta costanza una sua compagnetta di scuola, costretta su una sedia a rotelle dalla distrofia muscolare atrofica. Questa civiltà dell’amore e del rispetto sacro della persona è stata creata dal mistero di un Dio fatto uomo, che oggi celebriamo con solennità e riconoscenza.  Il Natale nella grotta di Betlemme ha fatto cantare agli angeli del cielo l’inno di pace per gli uomini di buona volontà. Il Natale nelle nostre case e nei nostri paesi fa cantare ai tanti angeli della terra l’inno della bontà per i poveri, i malati, i carcerati, i senza casa e senz’affetto.   

Secondo Madre Teresa di Calcutta, molto citata nello scambio degli auguri natalizi di quest’anno, “è Natale ogni volta che si sorride a un fratello e gli si tende la mano; ogni volta che si rimane in silenzio per ascoltare l’altro; ogni volta che non si relegano gli oppressi ai margini della società; ogni volta che si spera con quelli che disperano nella povertà fisica e spirituale; ogni volta che si riconoscono con umiltà i propri limiti e la propria debolezza; ogni volta che si permette al Signore di rinascere per donarlo agli altri”. Per il poeta nuorese Sebastiano Satta, è Natale anche nel cuore dei banditi: “Incappucciati, foschi, a passo lento,/ tre banditi ascendevano la strada / deserta e grigia, tra la selva rada / dei sughereti, sotto il ciel d’argento/. Non rumore di mandre o voci, il vento / agitava per l’algida contrada./ Vasto silenzio. In fondo, Monte Spada / ridea bianco nel vespro sonnolento. / O vespro di Natale! Dentro il core / ai banditi piangea la nostalgia / di te, pur senza udirne le campane:/ e mesti eran, pensando al buon odore / del porchetto e del vino, e dell’allegria / del ceppo, nelle lor case lontane”.  

i vescovi della chiesa italiana, ci invitano a dedicare il prossimo decennio all’educazione della vita buona del Vangelo. Noi, come Chiesa arborense, abbiamo accolto volentieri questo invito e ci impegniamo ad iniziare il percorso di educazione alla fede e alla vita buona del Vangelo con la celebrazione di uno speciale anno eucaristico-mariano, che ci aiuterà a passare da una eucaristia celebrata sull’altare della chiesa ad una eucaristia vissuta sugli altari della vita quotidiana. Il Natale, in questa prospettiva, lo vogliamo celebrare non come una ricorrenza annuale ma come un bisogno dell’anima. Abbiamo bisogno della compagnia e della presenza di Gesù non solo oggi, 25 dicembre, ma tutti i giorni dell’anno, perché tutti i giorni dell’anno viviamo nella prova e nella tentazione. La preghiera “vieni Signore Gesù” è una preghiera natalizia che deve diventare preghiera quotidiana, soprattutto nei momenti della difficoltà e della prova. Dobbiamo imparare a invocare la presenza di Gesù, però, anche nelle ore del successo e della gioia. La fede e l’amore non sono sentimenti dell’ora del bisogno ma atteggiamenti costanti della testimonianza cristiana.  

La nascita di Gesù, come ci dice il vangelo, non è avvenuta in luoghi nobili o nei palazzi del potere, ma nella povertà di una grotta. Anche la sua presenza tra di noi non si manifesta con interventi miracolosi, bensì sotto le umili specie del pane e del vino. Ho scritto nella lettera pastorale che non sappiamo perché Gesù abbia scelto come forma di presenza l’umiltà del nascondimento sotto le specie del pane e del vino. È possibile ritenere che Dio, in Gesù, abbia scelto questa forma di essere presente nel mondo per non volere indebolire la responsabilità dell’uomo. Attraverso la contrazione divina, secondo la visione della mistica ebraica, Dio si è come ristretto per fare spazio all’uomo; ha limitato la sua potenza per favorire la libertà dell’uomo. Detto diversamente: Dio si è fatto uomo perché l’uomo in qualche modo si facesse Dio. Alla luce di questa realtà, l’ingegno umano deve lavorare per trovare soluzioni ai problemi, alle difficoltà, agli imprevisti della vita, senza aspettare passivamente interventi miracolosi dall’alto. La presenza di Dio, in ultima analisi, è una presenza rispettosa della libertà umana. Se la presenza di Dio fosse invadente, miracolosa, onnipotente, non ci sarebbe molto spazio per la creatività e l’intelligenza dell’uomo. Sotto un certo punto di vista, sarebbe stata più semplice e più efficace una presenza miracolosa di Dio. Oltretutto, questo tipo di presenza è quella che viene ricercata maggiormente. Infatti, i pellegrinaggi ai santuari mariani, la rincorsa a visitare luoghi di presunte apparizioni sono, a loro modo, una forma di ricerca di Dio e del suo aiuto. Dio ha scelto, invece, la presenza eucaristica, la quale, in quanto tale, è molto umile e circoscritta al luogo sacro, anche se essa, per la verità, non esclude altre forme di presenza nel mondo, quali per esempio la stessa bellezza della natura o la voce segreta della coscienza umana.  

  1. Giovanni descrive questa presenza di Gesù come la sua solidarietà con tutti noi, che non è tolleranza del diverso, sopportazione del malvagio, ma assunzione di tutto quello che è umano, tanto che a partire dalla sua nascita sulla terra l’umanità è diventata simbolo di Dio. Il profeta annuncia che tutti i confini della terra vedranno la salvezza del nostro Dio. E questa profezia è vera nonostante ci siano ancora vittime di persecuzioni, persone che muoiono di fame, leggi che offendono la dignità dell’uomo. La profezia è vera, perché, secondo l’autore della lettera agli Ebrei, il sommo sacerdote Gesù ha unito il cielo con la terra, e trasformato la vita dell’uomo in infanzia dell’eternità.  

Cari fratelli e sorelle,  

forti di questa profezia, rivolgiamoci al Signore e diciamogli: Signore, in questo Natale facciamo un albero dentro il nostro cuore e ci appendiamo, invece dei regali, i nomi di tutte le persone che hanno bisogno del nostro aiuto; quelle lontane e quelle vicine;  quelle che vediamo tutti i giorni e quelle che incontriamo di rado; quelle che ricordiamo sempre e quelle che dimentichiamo; quelle delle ore difficili e quelle delle ore allegre; quelle che ci devono poco e quelle alle quali dobbiamo molto; quelle che ci hanno lasciato e ci guardano dal cielo. Vogliamo fare un albero con radici profonde, perché questi nomi rimangano nel nostro cuore anche dopo le feste. Vogliamo fare un albero con molta ombra, per chi cerca pace e rifugio nell’ora della prova. Signore Gesù, vieni a dare conforto a chi piange, perdono a chi sbaglia, fiducia a chi spera. Vieni e resta con noi, oggi e sempre. 


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S.E. Monsignor Ignazio Sanna
Arcivescovo Emerito di Oristano

Presidente della Pontificia Accademia di Teologia

Via degli Estensi, 133 - 00164 Roma
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Tel: 06.66151377