Natale 2011

Cattedrale di Oristano, 25 dicembre 2011 

Il messaggio che ci viene trasmesso da questa liturgia della Parola nel giorno di Natale è centrato sulla vita e sulla luce. L’evangelista Giovanni ripete: “Nel Verbo era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce risplende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta” (Gv 1, 4-5).

Gesù è stato mandato da Dio “perché gli uomini abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10, 10). L’evangelista scrive che Gesù dice di sé di essere “via verità vita” (14,6) e di avere scritto il Vangelo “perché credendo, abbiate la vita nel suo nome” (Gv 20, 31). 

Intimamente connesso con la vita è il tema della luce, quella vera, che promana direttamente da Gesù, non quella riflessa, prodotta, in via indiretta, dai suoi testimoni. Precisa San Giovanni, infatti: ”Venne un uomo mandato da Dio il cui nome era Giovani, ma non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce. Nel mondo infatti veniva la luce vera, quella che illumina ogni uomo” (Gv 1, 7-9). Il Concilio Vaticano II ha ribadito la verità di Gesù come vera luce del mondo ricorrendo a questo versetto per dare il nome di “Lumen Gentium”, luce delle genti, al documento fondamentale sulla Chiesa.  

Dunque, i temi dominanti della liturgia odierna sono la vita e la luce. Due realtà naturali e soprannaturali, due valori condivisi, due esigenze sentite, due aspirazioni comuni. Ognuno di noi vuole vivere e vivere bene; ognuno di noi vuole dare un senso al sua vita presente e alla sua vita futura. Ma proprio la vita e il suo significato vengono continuamente messi in pericolo. Gli attentati alla vita, per esempio, sono numerosi. Non solo da parte delle persone omicide. La cosa più tragica è che coloro che intendono difendere il significato e la qualità della vita, la eliminano. Se la vita non è concepita come dono di Dio, ma come un prodotto dell’uomo, si giunge alla conclusione che come si scartano i prodotti non buoni così si scarta la vita non buona. Ma qual è, allora, il vero significato della vita e della morte? Che cosa rende ogni essere umano unico e irripetibile? Che cosa gli appartiene così intrinsecamente che niente e nessuno potrà mai strapparglielo? Che cos’è e come può essere definita la dignità di una persona? Esistono una vita ed una morte dignitose? La risposta della cultura radicale a queste e ad altre domande sulla vita umana è in aperto dissidio con la religione e la sua morale. Eppure, si dovrebbe convenire sul fatto che la dignità non è una qualità biologica dell’uomo. La dignità è il fondamento stesso dell’uomo, dei suoi diritti e dei suoi doveri, della libertà e della responsabilità. La dignità, però, ha in sé qualcosa di trascendente, di sacro, di religioso, perché solo in quanto immagine di Dio l’essere umano possiede ciò che chiamiamo dignità. S. Leone Magno, nel discorso per il Santo Natale, esortava il cristiano a riconoscere la sua dignità, perché creato ad immagine di Dio, e riscattato dal sangue del Redentore Gesù Cristo. Come non ricordare, a questo riguardo, Federico, detenuto del reparto G14 di Rebibbia, che, domenica scorsa, si è rivolto al papa dicendogli: “Lei è il papa di tutti e noi la preghiamo di fare in modo che non ci venga strappata la dignità, insieme alla libertà. Perché non sia più dato per scontato che recluso voglia dire escluso per sempre.” 

Nel linguaggio comune si identifica la salvezza e la felicità con la salute fisica e il possesso di beni materiali. Ma la salute fisica non è la salvezza. La salvezza comporta serenità davanti alle prove, coraggio davanti alle sfide, moderazione davanti al desiderio. Sono poche le persone povere, senza lavoro e senza speranza, che si suicidano. Sono, invece, molte le persone benestanti, che si suicidano sotto il peso della solitudine e della depressione. Il benessere materiale, dunque, non coincide con il benessere dell’anima. Gesù è venuto tra gli uomini non per aumentare il benessere materiale, ma per promuovere il benessere dell’anima. Egli è venuto non per accrescere la produzione dei beni e la ricchezza delle nazioni, ma per insegnarci la cosa più bella del mondo: amare chi non sa dire grazie, salvare chi si crede perduto per sempre. Le inquietudini del cuore, quelle che tormentavano S. Agostino, e che tormentano ogni coscienza pura e ogni mente onesta, non sono appagate da uno stipendio a prova di inflazione o da una residenza piena di accessori superflui. Proprio, l’eccesso di cura per il corpo, così come il consumismo e il materialismo, acuiscono la domanda di spiritualità. La stessa sobrietà che ci viene imposta dalla crisi economica attuale dovrebbe essere anzitutto una scelta di vita per vincere gli egoismi corporativistici e condividere i sacrifici necessari. 

I bisogni dell’anima li gratifica solo chi è capace di aprire orizzonti di infinito, perdonare le colpe commesse, sanare le ferite del cuore. Ebbene, costui non proviene da nessuna regione della terra, ma dall’alto dei cieli. L’evocazione del Natale del Signore, infatti, ci ricorda che è dall’alto dei cieli che proviene la speranza dei poveri, la salvezza dei peccatori, l’integrazione degli emarginati. Solo Gesù è la via, la verità, la vita, e, solo sostando davanti alla grotta di Betlemme, possiamo ripetere: “I miei occhi hanno visto la tua salvezza” (Lc 2, 30). È vero che la progressiva secolarizzazione dei costumi, la diminuzione dei battesimi, il rifiuto del sacramento del matrimonio misconoscono questa salvezza; che si sostituisce la salvezza promessa da Dio con quella venduta dai chiromanti e dai maghi, e predicata dai mezzi di comunicazione; che si dimentica che il futuro è nelle mani di Dio e che lo possiamo attingere solo con la fede. Ma, se sono precarie le previsioni dell’economia e della medicina, lo sono ancora di più quelle sulla storia degli uomini e sulla loro salvezza e felicità. Mai come in questo momento acquista significato profondo il detto del piccolo principe: “l’essenziale è invisibile agli occhi”.  

Cari amici,  

come sapete, la festa del Natale, se si prescinde dai risvolti commerciali e popolari, dura una giornata. Ma il suo significato non ha durata ed è capace di cambiare la nostra vita. Come la nascita di un bambino cambia tutto nelle abitudini dei genitori: gli orari del sonno, la disposizione dei mobili, la messa in sicurezza delle prese della corrente, così la nascita di Gesù cambia le nostre abitudini, i nostri valori, le nostre speranze. Ma soprattutto cambia l’odio e l’indifferenza nell’amore. Vorrei richiamare, ora, questo insegnamento con un sonetto sul presepio del poeta romano Trilussa:  Er Presepe 

" Ve ringrazio del core, brava gente, 
pe' li presepi che me preparate; 
ma, che li fate a fa? Si poi v'odiate, 
si de st'amore nun capite gnente .... 
 Pe' st'amore so nato e ce so morto, 
da secoli lo spargo dalla croce,  
ma la parola mia pare 'na voce 
sperduta ner deserto, senza ascorto. 
 La gente fa er presepe e nun me sente; 
cerca sempre de fallo più sfarzoso,  
però cia er core freddo e indifferente 
e nun capisce che senza l'amore 
er presepe più ricco e costoso 
è cianfrusaja che nun dà valore." 

Auguro che i presepi delle vostre case vi ispirino gesti concreti d’amore. Buon Natale!


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S.E. Monsignor Ignazio Sanna
Arcivescovo Emerito di Oristano

Presidente della Pontificia Accademia di Teologia

Via degli Estensi, 133 - 00164 Roma
E-mail: arcivescovosanna@gmail.com
Tel: 06.66151377