Natale 2013

Cattedrale di Oristano, 25 dicembre 2013 

“La cosa strabiliante non è che l’uomo sia arrivato a camminare sulla luna, ma che Dio sia sceso a camminare sulla terra”, disse un giorno Niel Amstrong. L’astronauta americano ha tradotto in commento di attualità scientifica l’affermazione solenne dell’odierno Vangelo di S. Giovanni : “e il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1, 14).

Che Dio sia sceso in mezzo a noi, esuli figli di Eva, che il Figlio di Dio abbia preso una natura umana come la nostra e abbia condiviso i nostri sentimenti è sicuramente un evento straordinario. Il divenire uomo del Figlio di Dio in un lembo della terra della Palestina è il più grande evento della storia umana. Nel mondo occidentale, quell’evento è diventato la misura del tempo, che viene computato, appunto, come avanti Cristo e dopo Cristo. Ma come è percepito ai nostri giorni questo evento storico così importante? Qual è il suo influsso sulla nostra vita, sulle nostre scelte, sul nostro presente e sul nostro futuro? Non è facile sapere come venga generalmente vissuto questo Natale che arriva dopo un anno di fede e di pianto, di futuro e di disperazione, di promessa e di delusione. Per molte persone sole e malate, il Natale è un’occasione per sentire più acutamente la solitudine e la malattia. Per altre è paradossalmente un moltiplicatore di dolore e infelicità. Di fatto, sembra che la povertà a Natale sia più povertà, che la solitudine sia più solitudine. Per alcune persone l’occasione di festa si trasforma in nostalgia struggente d’una persona cara che non c’è più, o di una intimità familiare che è impossibile recuperare.  

Di fronte alle diverse situazioni di povertà e di dolore occorre molta fede e molto coraggio per credere che Dio sia venuto in questo mondo; che Egli sia presente nelle nostre famiglie, nella scuola, nella società; che la sua potenza e misericordia ci liberi effettivamente dal male fisico e morale. In realtà, anche dopo la venuta di Gesù su questa terra, si continua a morire e a peccare;  le forze della natura continuano a creare disastri irreparabili; milioni di persone continuano a soffrire la fame; guerre fratricide mietono vittime e producono profughi. Il Mahatma Gandhi, per vincere il disagio di queste situazioni, in un discorso famoso del 1947, si appellò alla follia delle capacità umane ed esaltò  “tutti coloro che vedono le cose in modo diverso.” Disse: “Potete citarli. Essere in disaccordo con loro. Potete glorificarli o denigrarli, ma l'unica cosa che non potete fare è ignorarli. Perché riescono a cambiare le cose. E mentre qualcuno potrebbe definirli folli, noi ne vediamo il genio. Perché solo coloro che sono abbastanza folli da pensare di poter cambiare il mondo, lo cambiano davvero”. Papa Francesco, nei nostri giorni, unisce alla follia umana la potenza della follia cristiana ed esorta i giovani a “non guardate la vita dal balcone”, a mischiarsi “lì dove ci sono le sfide, la vita, lo sviluppo, la lotta per la dignità delle persone, la lotta contro la povertà, la lotta per i valori, e tante lotte che troviamo ogni giorno”. Nel vivere coerentemente con il Vangelo, ha suggerito la bella testimonianza del beato Pier Giorgio Frassati, il quale diceva: `Vivere senza una fede, senza un patrimonio da difendere, senza sostenere in una lotta continua la verità, non è vivere ma vivacchiare. Noi non dobbiamo mai vivacchiare, ma vivere´”. 

Ora, in giorni come questi che stiamo vivendo, nei quali è molto forte la tentazione dello sconforto e della disperazione, la risorsa morale che ci proviene dalla celebrazione della memoria della nascita di Gesù è la speranza, sorella minore delle altre due virtù teologali fede e carità, eppure così preziosa per affrontare le sfide del presente e “vivere e non vivacchiare”. Sappiamo che non ogni speranza, però, ha lo stesso fondamento e può essere vissuta allo stesso modo. Di solito, quando esprimiamo speranza, esprimiamo incertezza. Aristotele aveva definito la speranza “un sogno fatto da svegli”. Ma questo non è il significato biblico distintivo della speranza. La speranza biblica è una fiduciosa attesa e il desiderio di qualcosa di buono per il futuro. La speranza biblica non solo desidera qualcosa di buono per il futuro, ma si aspetta che accada. E non solo si aspetta che accada, ma è sicura che accadrà. Esiste la certezza morale che il bene che aspettiamo e desideriamo sarà compiuto. La speranza cristiana si basa sulle possibilità di Dio, ossia sulla fiducia che ciò che è impossibile agli uomini è possibile a Dio. Questa speranza è una virtù teologale, nel senso che ci viene donata da Dio. Il suo fondamento lo scopriamo nella risurrezione di Gesù. L’evento della risurrezione di Gesù dai morti ha rivelato al mondo che è stato vinto l’ultimo ostacolo dell’esistenza umana: la morte.  

Con la nostra passione umana e cristiana, Natale può diventare la festa dell’umanità salvata; può e deve diventare il momento di scelte etiche e responsabili. L’attesa di un mondo più giusto e più solidale è certamente l’attitudine più difficile. I cieli nuovi e la terra nuova che sono stati promessi dalle profezie sono ancora pieni di sofferenze gratuite, di dolori innocenti, di violenze domestiche e sociali. Ma la fede ci dice che Gesù non ci abbandona al nostro destino, purché lo cerchiamo e troviamo dove Egli si rende presente. Secondo papa Francesco, oggi Gesù si rende presente nel povero, perché il povero è la sua carne. Il volto del povero, del carcerato, del nudo, dell’affamato è la rivelazione più alta del mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio. Serviamo, allora, Gesù dove Egli si fa trovare, non dove noi vorremmo trovarlo.  

Per il cantante John Lennon, autore della preghiera laica del Novecento, Imagine, non c’è religione, né paradiso, né inferno. C’è solo il cielo sopra di noi. Ma un cielo vuoto aumenta la nostra solitudine e dilata il nostro desiderio. Abbiamo bisogno di un cielo abitato e di qualcuno che lo pieghi sul nostro dolore, sulle nostre miserie, sui nostri sogni. Abbiamo bisogno di qualcuno che unisca il cielo con la terra. Questo Qualcuno è nato storicamente poco più di duemila anni fa e rinasce spiritualmente oggi nel cuore di chi lo accoglie. Secondo la lettera agli Ebrei il Natale rappresenta il culmine della rivelazione di Dio all’umanità. In esso Dio ha pronunciato la parola definitiva. Si direbbe che con Gesù Dio ha detto tutto quello che doveva dire all’umanità, non ha altro da donare, altro da comunicare. Ma noi abbiamo accolto nella nostra vita questo Salvatore, o ci siamo illusi di poterne fare a meno e di salvarci da soli? A troppe persone dà fastidio che sulle pareti delle case e degli edifici pubblici ci sia il ricordo di quel grandissimo gesto di amore. Abbiamo avuto paura di fargli spazio nella nostra coscienza, nei nostri programmi, nelle nostre esperienze? Abbiamo ridotto Gesù a un capitolo di storia delle religioni, a un maestro di morale, a una invocazione di meraviglia o di terrore? Auguro a tutti voi di accoglierlo e di aprirgli la porta del vostro cuore. Molti cristiani di ieri e di oggi lo hanno fatto e sono felici di averlo fatto. Fatelo anche voi e sarete più sicuri nella vostra vita di fede. “Chi riconoscerà Gesù davanti agli uomini, sarà da Lui riconosciuto davanti al suo Padre che è nei cieli” (Mt, 32)  “E chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d'acqua fresca a un discepolo, non perderà affatto la ricompensa”. Buon Natale.  


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S.E. Monsignor Ignazio Sanna
Arcivescovo Emerito di Oristano

Presidente della Pontificia Accademia di Teologia

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