Natale 2014

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Cattedrale di Oristano, 25 dicembre 2014 

Il significato profondo della celebrazione del mistero del Natale lo possiamo trovare in una frase di S. Agostino che dice così: “ama ed Egli viene ad abitare in te”. Dio, dunque, abita nel cuore della persona che ama.

Ciò significa che può essere presente in ognuno di noi, nella misura in cui amiamo e siamo amati. Significa anche che abbiamo una capacità formidabile: sentire la presenza di Dio in noi e farla sentire nella persona che amiamo! Dove c’è Dio c’è amore, perché secondo l’evangelista S. Giovanni, “Dio è amore”; e dove c’è amore c’è anche Dio. Dio è presente e si lascia trovare dietro ogni gesto di carità, di compassione, di ascolto, di perdono. Può darsi che anche noi abbiamo sentito ripetere tante volte il lamento: ma dov’è Dio, se c’è tanto male nel mondo, tanta sofferenza innocente, tante forme di violenza gratuita? Se lo sono chiesti, un giorno, i parenti delle vittime dei campi di sterminio dei nazisti; se lo chiedono continuamente i genitori di figli morti prematuramente; se lo chiedono tutti coloro che piangono le vittime dell’ingiustizia e della malvagità umana. È una domanda più che legittima; una domanda vera, sofferta, per nulla retorica o accademica. Semmai ci potremmo chiedere, però, perché ci lamentiamo dell’assenza di Dio solo quando sperimentiamo il male e ci troviamo in difficoltà e non anche nei momenti felici della vita e della salute, nella stagione dell’amore e dei sogni. Dio è presente sempre: nel sorriso e nel pianto, nella luce e nel buio, nella certezza e nel dubbio. Bisogna evitare il rischio di ridurre la fede e la religione a una “istituzione di mutuo soccorso” o a una “assicurazione contro la sfortuna”. 

Dio, dunque, viene ad abitare in mezzo a noi, perché ci ama e vuole che anche noi Lo amiamo e ci amiamo. In ultima analisi, ciò significa che sapremo accogliere Dio che viene ad abitare nelle nostre case, nelle nostre famiglie e negli ambienti di lavoro soprattutto se sapremo amare. Amare, diceva don Tonino Bello, è voce del verbo “morire”, ossia uscire da sé per rendere felice l’altro. Noi non possiamo essere testimoni credibili del Vangelo di Gesù se amiamo solo le persone che ci vogliono bene. Saremo, invece, testimoni credibili se siamo capaci di amare chi non ci ama, chi non condivide le nostre scelte, chi ci nega la propria stima. Gesù è il nostro Salvatore, perché ci ama anche se siamo peccatori, anche se siamo indegni di essere amati, anche se disattendiamo il suo comandamento di amarci gli uni gli altri, di rimanere uniti, di rispettarci nella nostra diversità, di perdonarci nei nostri errori. Che Gesù sia il nostro salvatore, tuttavia, non lo ripetiamo solo oggi nella celebrazione del Natale. Lo ripetiamo tutte le volte che, nel credo, professiamo che Egli: “per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo e per opera dello Spirito Santo si è incarnato nel seno della Vergine Maria e si è fatto uomo”. L’Evangelista Giovanni scrisse che “Egli è venuto perché noi abbiamo la vita e l'abbiamo in pienezza” (Gv 10, 10). Purtroppo, non vediamo sempre questa pienezza nella nostra vita. Essa è qualcosa che molti non hanno mai sperimentato, una gioia che molti non hanno potuto né provare né condividere. Sono troppe le delusioni, le paure, le incertezze. Gli occhi bassi per le umiliazioni di un lavoro perduto, di una colpa non confessata, di un futuro insicuro non ci permettono di guardare in alto. La descrizione della società italiana fatta dal Censis ha fotografato un’Italia ferma, che fa fatica a investire sul futuro. Prevalgono le antiche paure: si nasce sempre meno, i risparmi e i consumi restano bloccati, le comunità locali si impoveriscono. 

Ciononostante, è doveroso professare la nostra fede in Gesù nostro Salvatore, celebrare il suo Natale, nutrire ancora speranze, avere ancora fiducia. E’ troppo facile dire che stiamo tutti male. Invece, bisogna vincere la rassegnazione e combattere il pessimismo. Bisogna sognare ad occhi aperti e con le luci accese. Chi sogna a occhi chiusi aspetta la salvezza dagli altri. Chi sogna a occhi aperti porta la salvezza agli altri, perché ha una visione, lascia da parte le lamentele degli eterni scontenti e insoddisfatti, si rimbocca le maniche e si mette a lavoro. Se è vero che la necessità aguzza l’ingegno, le difficoltà presenti possono liberare risorse spirituali e materiali, progetti e programmi, fantasia e creatività. Una risorsa fondamentale è sicuramente la famiglia. “Il futuro dell’umanità, ha scritto papa Francesco, passa attraverso la famiglia e pertanto bisogna permetterle di giocare il ruolo che le compete”. Se il Paese tiene è perché la famiglia ha saputo e sa imprimere ai rapporti sociali che la circondano i suoi valori di solidarietà, ascolto, rispetto. In un Paese a forte tendenza maschilista in cui la crisi è coincisa anche con quella del modello maschile, senza la donna e la capacità tutta femminile di affrontare le difficoltà non saremmo rimasti in piedi. Va dunque difesa e promossa la famiglia, va difeso e promosso il ruolo del genio femminile. 

Gesù ha esortato i suoi discepoli a costruire la casa sulla roccia e non sulla sabbia, in modo da renderla sicura contro i venti e la tempesta. Ha invitato, quindi, a coltivare motivazioni certe e sicure, anche se oggi non ci sono certezze e si moltiplicano le insicurezze. Il messaggio del Natale è un messaggio di luce che illumina il nostro cammino di fede e ci invita a non arrenderci, a non rassegnarci. Il grande autore argentino Jorge Luis Borges ha scritto che “nulla si edifica sulla pietra, tutto sulla sabbia, ma dobbiamo edificare come se la sabbia fosse pietra”. Ebbene, il cristiano edifica sulla pietra, perché, come l’Apostolo Paolo,  sa “in chi ha posto la fiducia ed è convinto che Gesù è capace di conservare fino alla fine il deposito che gli è stato affidato” (2Tim 1, 12). Egli non si sente mai solo e abbandonato nel suo cammino di fede. Sa che Dio segue e accompagna ogni suo passo, affacciandosi tra le fessure delle cose e bussando alle porte della coscienza. Perciò, non si deve cercare Dio fuori di noi. S. Agostino ci ricorda che non dobbiamo uscire da noi per cercarLo, ma lo troviamo nella nostra interiorità.  

Cari fratelli e sorelle, 

l'incarnazione del Figlio di Dio di cui la celebrazione del Natale fa memoria non è solamente un evento, verificatosi oltre duemila anni fa, ma un paradigma costante dell'azione di Dio e, quindi, anche una legge essenziale dell'esistenza redenta. Mentre per la nascita e la crescita di Gesù è stato sufficiente un semplice ambiente familiare, per lo sviluppo della presenza di Dio nella storia umana non bastano singoli individui e ambienti ristretti. Sono necessarie comunità sempre più ampie, che vivendo in fedeltà il Vangelo, creino climi vitali intensi e consentano l'irruzione dello Spirito di Dio in forme nuove. Non possiamo ridurre la Chiesa a una “bottega di restauro”, come vorrebbero i cristiani nostalgici o a un “laboratorio di utopia”, come vorrebbero i cristiani progressisti. La Chiesa è una comunità di persone riuscite, in pace con Dio e con il prossimo, felici di credere al Vangelo, fiduciose nell’intraprendere cammini nuovi, aperte al dialogo e alla condivisione.  

Il Natale ci insegna a vivere e operare in questa comunità. Auguro a tutti voi che le possiate dare la vostra creatività, il vostro entusiasmo, la vostra fiducia. 

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