Pasqua di Risurrezione

Cattedrale di Oristano, 16 aprile 2017 

Il cuore del messaggio cristiano è senz’altro la professione di fede: “Nostro Signore Gesù Cristo è risorto dai morti”. Oggi, sentiamo il bisogno di rinnovare questa certezza di fede, perché c’è paura per la pace nel mondo, angoscia per la mancanza di lavoro e di futuro, delusione e sfiducia per l’incapacità politica di gestire il cambiamento e la lotta di politici e amministratori non per approvare programmi ma per escludersi a vicenda.

Come mai, però, l’Apostolo Pietro, rivolgendosi ai cristiani del suo tempo, raccomandò loro di rendere ragione della speranza e non della fede? Scrisse: “adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi” (1Pt 3, 15). Oggi come oggi, noi abbiamo bisogno di più fede o di più speranza? La domanda è retorica. Sicuramente, il fondamento del cristianesimo è la fede nel Cristo risorto. Con la risurrezione dai morti, infatti, Gesù ha dimostrato di essere Figlio di Dio, il vincitore della morte e del peccato, il redentore del mondo intero dalla potenza del male. Ma se S. Pietro esorta i cristiani a rendere ragione della speranza, e lo stesso Paolo, esaltando il Padre della fede Abramo, afferma che “credette, saldo nella speranza contro ogni speranza” (Rm 4,18), ci deve essere un collegamento stretto tra quello in cui crediamo e quello in cui speriamo. In effetti, non ci può essere fede senza speranza, né speranza senza fede. Una fede senza speranza sarebbe una semplice erudizione dottrinale, una pura conoscenza storica del cristianesimo, ma non l’affidamento della propria vita alla Persona del Cristo Risorto. Una speranza senza la fede sarebbe la fiducia in sondaggi, auspici, statistiche, ma non la certezza dell’evento storico della risurrezione del Cristo. 

Il significato dell’evento storico della risurrezione è in qualche modo spiegato da un episodio della storia del profeta Daniele. Il profeta doveva spiegare un sogno al re Nabucodonosor e inizia la spiegazione precisando che “il mistero di cui il re chiede la spiegazione non può essere spiegato né da saggi, né da astrologi, né da maghi, né da indovini ma c’è un Dio nel cielo che svela i misteri” (Dan 2, 27-28). Fatta questa precisazione, il profeta continua: “Tu stavi osservando, o re, ed ecco una statua, una statua enorme, di straordinario splendore si ergeva davanti a te con terribile aspetto. Aveva la testa d’oro puro, il petto e le braccia d’argento, il ventre e le cosce di bronzo, le gambe di ferro e i piedi in parte di ferro e in parte di creta. Mentre stavi guardando, una pietra si staccò dal monte, ma non per mano d’uomo, e andò a battere contro i piedi della statua, che erano di ferro e di argilla, e li frantumò…Allora si frantumarono anche il ferro, l’argilla, il bronzo, l’argento e l’oro, e divennero come la pula sulle aie d’estate, il vento li portò via senza lasciar traccia, mentre la pietra, che aveva colpito la statua, divenne una grande montagna che riempì tutta quella regione…Al tempo di questi re, il Dio del cielo farà sorgere un regno che non sarà mai distrutto e non sarà trasmesso ad altro popolo, stritolerà e annienterà tutti gli altri regni, mentre esso durerà per sempre. Questo significa quella pietra che tu hai visto staccarsi dal monte, non per mano d’uomo, e che ha stritolato il ferro, il bronzo, l’argilla, l’argento e l’oro” (Dan 2, 44-45).  

Ora, in questo racconto viene ripetuto due volte che l’intervento che ha cambiato le sorti dell’impero non è avvenuto per mano d’uomo ma per mezzo d’una semplice pietra. Il salmo 118 esalta la pietra scartata dai costruttori, perché è divenuta “pietra d’angolo, ossia la prima pietra posta per la costruzione dell'edificio, quella che idealmente sorregge tutta la costruzione (cfr. Sal 118, 22-23). Gesù identifica la sua missione di morte e di gloria con questa pietra, dopo aver narrato la parabola dei vignaioli omicidi (cfr. Mt 21, 42). San Pietro la richiama negli Atti degli Apostoli: "Questo Gesù è la pietra che, scartata da voi, costruttori, è diventata testata d’angolo. In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati" (At 4, 11-12). Cirillo di Gerusalemme, infine, la commenta: "è chiamato pietra, non inanimata né tagliata da mani umane, ma pietra angolare, perché colui che avrà creduto in essa non rimarrà deluso" (Le Catechesi, p. 313). Tutto questo ci dice che noi, per la nostra salvezza, abbiamo bisogno non d’una mano d’uomo ma d’una mano divina, d’un braccio potente, che, ieri, liberò il popolo d’Israele dalla schiavitù dell’Egitto (cfr. Es 3, 12), e, oggi, può liberare tutti noi dalla potenza del male, dell’odio, della violenza. 

Se crediamo nel Cristo risorto, quindi, pietra d’angolo della nostra salvezza, non rimarremo mai delusi. La speranza cristiana, fondata sulla fede nel Cristo risorto, ha lo sguardo lungo. Ci permette di non fermarci a ciò che possiamo vedere quando ci affacciamo alla finestra o al balcone di casa. Ci dona una potenza spirituale, capace di vedere anche oltre il visibile, perché “l’essenziale è invisibile agli occhi”. Inoltre, lo sguardo lungo è paziente, sa attendere, si fida di Dio.  

Cari fratelli e sorelle,  

se abbiamo la certezza della risurrezione, dobbiamo combattere e sconfiggere la rassegnazione, che è l’esatto contrario della speranza. Papa Francesco ci esorta spesso a non cedere al disincanto, allo scoraggiamento, alle lamentele. Sappiamo che anche nel nostro territorio ci sono tante persone che abbandonano la Chiesa, perché ritengono che non possa offrire alcunché di significativo e importante. A tanta gente la Chiesa appare troppo lontana dai loro problemi, troppo estranea alle loro inquietudini, troppo fredda nei loro confronti, prigioniera dei suoi linguaggi rigidi, incapace di rispondere alle nuove domande, perché disporrebbe di risposte, buone per i bambini, ma vuote per gli adulti. 

Chiamati a professare la fede cristiana in questa situazione, dobbiamo accogliere l’invito di Papa Francesco, e, come cristiani, portare luce, speranza, senso alle persone che vivono nel dubbio, nell’incertezza, nella solitudine. Non possiamo più rimanere nel recinto sicuro e tranquillo delle nostre comunità; dobbiamo uscire per le strade, incontrare la gente, annunciarle il Vangelo della gioia e della vita. Dobbiamo essere una Chiesa in grado di far compagnia e di camminare con la gente, pronta ad andare al di là del semplice ascolto. In un mondo disorientato e impaurito, teatro di guerre vicine e lontane, noi vogliamo essere Chiesa che cura le ferite, promuove la pace, crea speranza. Ricordiamoci, però, che la speranza cristiana ci viene garantita non da una mano d’uomo ma dall’evento storico della risurrezione di Cristo Gesù!  


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S.E. Monsignor Ignazio Sanna
Arcivescovo Emerito di Oristano

Presidente della Pontificia Accademia di Teologia

Via degli Estensi, 133 - 00164 Roma
E-mail: arcivescovosanna@gmail.com
Tel: 06.66151377