Pasqua di Risurrezione

Cattedrale di Oristano, 12 aprile 2009 

Oggi la Chiesa celebra il mistero della risurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo. Non è una celebrazione qualsiasi. È la celebrazione cristiana per eccellenza. La Pasqua è il cuore della fede cristiana. Se Cristo non fosse risorto, ci ammonisce san Paolo, la nostra fede non avrebbe alcun fondamento.

Come per i nostri fratelli ebrei l’Esodo, ossia la Pasqua, è l’evento che costituisce la base della loro identità e della loro storia, così, per noi cristiani, la celebrazione della Pasqua fonda e determina la nostra identità. Il cristianesimo non è una idea, un complesso di verità, è una persona. Una persona viva. I fondatori delle grandi religioni sono morti, ma non sono risorti. La loro presenza è solo nelle opere che hanno compiuto, nei libri che hanno scritto. Gesù, invece, è vivo. È vivo nel sacramento dell’Eucaristia, nel cuore dei fedeli, nella parola della Scrittura, nella testimonianza dei martiri di tutti i tempi.  

Ciò che, però, è più originale e più specifico nella nostra fede è anche ciò che è più difficile ad annunciare e testimoniare. S. Agostino ha scritto che nessuna verità cristiana è stata così avversata e combattuta come la fede nella risurrezione. Quasi tutti i Padri della Chiesa e gli apologisti, poi, hanno dedicato una loro opera per difendere il mistero della risurrezione davanti alle obbiezioni dei loro contemporanei. Non fa eccezione la mentalità secolarizzata e materialista dei nostri tempi. Anche essa stenta a credere che esista una risurrezione dei corpi ed una vita eterna. Dall’inchiesta della situazione socio-religiosa della nostra diocesi risulta che una buona percentuale dei nostri giovani non crede nella risurrezione dei corpi. D’altra parte, nessuno dei nostri cari defunti è ritornato dall’altra vita a raccontarci la verità e le modalità della sua nuova esistenza. L’unico riferimento di cui disponiamo per immaginare l’esistenza nella vita eterna è il corpo glorioso di Cristo, dopo la sua risurrezione dai morti. Infatti, i vangeli ci raccontano che Gesù, dopo la risurrezione, entrava a porte chiuse nel cenacolo; appariva ai discepoli sulla riva del lago di Tiberiade; si intratteneva con loro. Però, solo dopo che Gesù dichiarava la sua identità essi lo riconoscevano e lo adoravano. Dunque, il Crocifisso è il Risorto. Il Crocifisso ed il Risorto non sono due diverse persone. Si tratta della stessa persona umano-divina. In Gesù Cristo c'è un'identità di vita e di morte anche cronologicamente, nel senso che Gesù non è prima il crocifisso e poi il risorto. Egli è nello stesso tempo il crocifisso ed il risorto. Mors et vita conflixere mirando, cantiamo nella sequenza delle liturgie pasquali. Ma, alla fine, la morte è sconfitta nella morte, anche se non senza la morte. Gesù, infatti, ci salva nella morte e non dalla morte. Il Risorto non elimina ma dà un senso alla croce, sia alla sua, sia a quella di tutti i crocifissi della storia. In ultima analisi, la croce diventa la croce di un risorto, non di un crocifisso. 

Cari fratelli e sorelle,  

il racconto del vangelo di Giovanni che abbiamo ascoltato ci descrive l’itinerario di fede nella risurrezione di Gesù compiuto da Maria di Magdala, Pietro, Giovanni nel mattino di Pasqua, ossia nell’alba incantata della redenzione, quando “rinascono a vita nuova i figli della luce” e “in lui risorto tutta la vita risorge”. La prima a sentire la mancanza di Gesù è stata una donna convertita, e questo fatto sottolinea la potenza dell’amore e dell’affetto, propria di chi è stata travolta dalla grazia del Signore. Nella corsa di Maria di Magdala al sepolcro può essere raffigurato l’anelito dell’intera umanità per un Salvatore assoluto, una vita felice, una vittoria sulla morte e sul peccato. La corsa all’alba della nuova storia di salvezza mostra che il cuore della donna sa creare futuro, nutrire speranza, guardare oltre i confini della morte. Davanti al sepolcro vuoto, quando appare Gesù Risorto, Maria di Magdala lo scambia per il giardiniere. Quando, però, viene chiamata per nome riconosce subito Gesù. Ciò fa vedere che l’incontro di Maria di Magdala con Gesù Risorto è simbolo di un rapporto interpersonale che si fonda non su un titolo ma sul nome e sul volto. Solo quando Gesù chiama la donna per nome, cade ogni dubbio e ogni incertezza sulla sua persona.  

Ora, scrive L. Accattoli, “tutte le apparizioni di Gesù risorto dai morti sono importanti: quella a Pietro, quella a Giacomo, quella ai due discepoli di Emmaus, quella nel Cenacolo, quella in riva al lago di Tiberiade. Questi racconti costituiscono un aiuto, anzi un argomento decisivo per la nostra fede. Ma nell’apparizione a Maria di Magdala c’è un’importanza aggiuntiva: quella che le viene dal fatto di essere la prima apparizione del Risorto. In questo primato vi sono due segni: Gesù per primo appare a una donna, e a una donna che aveva avuto una vita tribolata”.  

Il Risorto non sceglie per la sua prima manifestazione né Pietro, né Giovanni che pure sono corsi al sepolcro e sono entrati in esso con audacia, si direbbe con impeto, alla ricerca del Signore. 
Possiamo vedere in questa primizia femminile un’indicazione di ciò che più conta nel seguire il Signore: forse Pietro era il più preparato essendo stato posto da Gesù a pietra d’angolo della sua famiglia ed essendogli sempre restato accanto nei tre anni di vita pubblica; forse Giovanni era il più dotato di intuizione, tant’è che entrando nel sepolcro e vedendo le bende posate da un lato aveva “creduto”: “vide e credette”; ma Maria di Magdala è quella che più ama. Sa meno di Pietro, non ha ancora la fede che già anima Giovanni, ma ama di più rispetto a quelli che sanno e che credono. 
E’ la prontezza ad amare che fa di lei la prima degli apostoli, come dicevano gli antichi, in quanto viene chiamata a dare l’annuncio della resurrezione a coloro che dovranno farsene annunciatori. Quella prontezza l’aveva mostrata nel suo atteggiamento di “servizio” che non reclama riconoscimenti, con il coraggio – mancato a tutti gli apostoli, Giovanni escluso – di essere presente sotto la croce, indugiando con le altre donne la sera del venerdì presso la pietra del sepolcro e trovandosi là per prima il mattino di Pasqua con gli aromi per ungerlo.  

“Questa primizia femminile non è un fatto isolato nel Nuovo Testamento e richiama la primizia delle primizie che è rappresentata dalla Vergine Maria. All’inizio dei Vangeli c’è una donna, Maria di Nazareth e alla fine dei Vangeli c’è di nuovo una donna, Maria di Magdala. Maria di Nazareth entra per prima in rapporto con Gesù attraverso il suo concepimento. Maria di Magdala entra per prima in rapporto con il Risorto per la via dell’amore. Come nell’una è rappresentata tutta l’umanità, così nell’altra. Maria di Magdala è donna amante ma dalla vita tribolata: questo segno è pure importante. Il Risorto pone a primizia della nuova vita una creatura che molto tribolò e una volta uscita dalla tribolazione molto amò. Lei che rappresenta così bene l’umanità concreta, viene ora posta a tipo dell’umanità redenta”. 

Cari amici,  

la fede nel Risorto, colloca alla base della nostra vita e della nostra testimonianza l’amore, ossia ciò che è sommamente gratuito e allo stesso tempo ciò di cui tutti abbiamo sommamente bisogno. Davanti a Dio conta non quanto abbiamo fatto ma quanto abbiamo amato. Non tutti possiamo diventare eroi. Tutti, però, siamo chiamati a diventare santi. L’eroismo rivela quanto possono fare le forze dell’uomo. La santità rivela quanto può fare la grazia di Dio. L’apostolo Paolo, nella liturgia odierna, ci esorta a cercare le cose di lassù. È un richiamo a giudicare le cose del tempo con il metro dell’eternità, a stabilire nella nostra vita una gerarchia di valori, capace di cercare l’essenziale, quello che spesso è invisibile agli occhi dell’opinione pubblica, del giudizio della gente, delle mode culturali. La fede nel Risorto, quindi, ci chiede soprattutto un ritorno all’essenziale. Ce lo chiede anche la crisi economica, che ci costringe all’austerità, a denunciare l’accessorio diventato essenziale e l’essenziale diventato accessorio. Ce lo chiede il confronto con la cultura radicale che deride l’etica cristiana. Ce lo chiede il papa  quando ci mette in guardia dallo spegnere la fiamma della fede e ci esorta a dare priorità alle cose dello spirito. Ce lo chiede la propaganda laicista che combatte l’esistenza di Dio. Non fermiamoci, allora, a curare il “cristianesimo secondario”, che si preoccupa dell’organizzazione, dell’efficienza, della visibilità, delle formalità cerimoniali, e dedichiamoci, invece, a testimoniare il “cristianesimo primario”, che vive di fede, promuove la pace, crea speranza. Auguro a tutti una pasqua di testimoni convinti e missionari credibili di cristianesimo primario!  


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S.E. Monsignor Ignazio Sanna
Arcivescovo Emerito di Oristano

Presidente della Pontificia Accademia di Teologia

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