Pasqua di Risurrezione

Cattedrale di Oristano, 31 marzo 2013 

“Celebriamo dunque la festa non con il lievito vecchio, né con il lievito di malizia e di perversità, ma con azzimi di sincerità e di verità”. Con queste parole, l’Apostolo Paolo ci dà le coordinate giuste per celebrare degnamente la Pasqua di risurrezione. Ci invita a lasciarci alle spalle delusioni, scoraggiamenti, amarezze, e intraprendere un nuovo cammino di vita spirituale con piena fiducia in Dio, ricco di misericordia e di bontà.

Il racconto evangelico della corsa al sepolcro da parte della Maddalena e dei discepoli Pietro e Giovanni non è la cronaca di un fatto e neppure la dimostrazione della veridicità storica della risurrezione, ma la descrizione d’un itinerario di fede verso l’incontro con il Signore. I protagonisti di questo itinerario sono tre, e di tutti e tre si dice che “videro”. Il Vangelo, però, utilizza un verbo diverso per ognuno dei modi di vedere. Il primo modo di vedere è quello proprio della Maddalena e rappresenta un modo di guardare che sta ancora all’inizio del cammino di fede. La sua prima reazione, infatti, non è il riconoscimento d’un intervento divino, ma la constatazione d’una azione umana: “hanno portato via il Signore dal sepolcro”. Il secondo modo di vedere è quello del discepolo Pietro che arriva al sepolcro, “vede le bende e il sudario”. Il suo non è ancora lo sguardo della fede, anche se è uno sguardo attento, che suscita curiosità e perplessità allo stesso tempo. Il terzo modo, infine, è quello di Giovanni, di cui si dice che “vide e credette”. Questo modo è proprio di chi è capace di cogliere il significato profondo delle cose oltre la loro apparenza materiale.  

L’unica esperienza del vedere, dunque, viene descritta con verbi diversi per sottolineare la diversità dell’itinerario di fede. I personaggi vedono in modo differente l’uno dall’altro. Inizialmente, essi constatano un grande vuoto, un’assenza. Ma, con l’aiuto della fede, vedono e capiscono il senso di ciò che è accaduto. Il loro sguardo, però, non è quello dell’archeologo o dello storico. E’ lo sguardo di chi è capace di vedere l’essenziale “invisibile agli occhi”, di “guardare sopra il sole”, con gli occhi di Dio, signore della vita e della morte. 

Nella vita del cristiano ci sarà sempre bisogno di simili atti di fede, perché non abbiamo mai l’evidenza delle cose in cui crediamo. Questa è la condizione dei cristiani di tutti i tempi ed è, ovviamente, anche la nostra condizione. Non per nulla, lo stesso Gesù dichiarò beati coloro che avrebbero creduto pur non avendo visto. Inoltre, il funzionario del re, di cui parla il Vangelo di S. Giovanni, credette che suo figlio era rimasto in vita prima ancora della sua constatazione di persona, fidandosi esclusivamente della parola di Gesù (Gv 4, 50). L’esperienza ci dice che la vita di fede di noi cristiani è piena di occasioni nelle quali dobbiamo credere in Dio e nella sua bontà, nella sua vicinanza amorevole e paterna, nel suo interesse per la nostra felicità, anche quando siamo vittime del proprio dolore e della malizia altrui. Nessuno, fosse pure la persona più santa, è risparmiato dalle crisi di fede, dalla prova del dubbio, dell’incertezza, dell’abbandono. I primi discepoli avevano avuto il privilegio della compagnia di Gesù, della spiegazione dei suoi segni e delle sue parabole, eppure non sono stati capaci di credere alla sua promessa che sarebbe risorto il terzo giorno. I tre anni di discepolato non sono bastati a vedere e riconoscere in Gesù il Messia. Essi hanno mangiato e bevuto sia prima che dopo la risurrezione, ma solo dopo la discesa dello Spirito Santo sono diventati testimoni e annunciatori.  

Animati dallo stesso Spirito Santo, ora, noi discepoli di oggi, secondo papa Francesco, siamo chiamati a dare una testimonianza di misericordia, tenerezza, accoglienza. Queste parole che sono risuonate nei primi giorni di pontificato di papa Francesco, da sole, potrebbero costituire un’enciclica. Hanno il dono della chiarezza e della trasparenza. Sono comprensibili da giovani e da adulti, da innocenti e da peccatori, da credenti e da non credenti. Ogni uomo e ogni donna hanno bisogno, nella vita, di misericordia e di tenerezza. Ogni uomo e ogni donna sanno che servire e custodire è amare. Chi sa amare sa anche servire e custodire. C’è bisogno di misericordia e di tenerezza nei rapporti interpersonali e nell’adempimento dei doveri professionali. I sentimenti di misericordia e tenerezza animano la preghiera e l’incontro con Dio. Chi cerca Dio, infatti, non lo cerca per essere giudicato e condannato da lui. Lo cerca per essere accolto, per essere liberato da esperienze di peccato, da delusioni, da smarrimento. Lo cerca, forse oggi più di ieri, perché sente un bisogno disperato di interiorità, di spiritualità. La tecnica e la rete favoriscono sicuramente la diffusione di notizie e informazioni in tempo reale, ma spesso favoriscono anche forme di solitudine e d’isolamento. In effetti, abbondano i linguaggi ma non abbonda la comunicazione. La vera comunicazione è fatta di gesti concreti d’amore. Si comunica più col cuore che con le parole.  

Il papa esorta a custodire il creato in tutte le sue manifestazioni, perché il creato è opera di Dio. Tutto quello che è stato creato da Dio è buono; porta la sua firma. L’uomo deve custodire questo bene con molta cura. In modo particolare, deve custodire le persone che ama, e quelle che hanno bisogno di amore, soprattutto i piccoli, i deboli, i poveri, gli indifesi. Agli inizi della storia dell’umanità, la Bibbia ci riporta la domanda-provocazione di Caino: “sono forse il custode di mio fratello?” Era la terribile certificazione dell’odio fratricida, della divisione, della morte. A quella domanda dobbiamo rispondere, secondo l’insegnamento di papa Francesco, dimostrando che siamo i custodi di ogni fratello che vive sulla terra, perché porta impresso sul volto la stessa immagine di Dio. Dobbiamo ribadire, con le parole del Concilio, che: “le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, soprattutto dei poveri e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore”. Questa attenzione all’altro, ai deboli, ai poveri, agli ultimi, a tutto ciò che è umano, tuttavia, non deve ridurre la Chiesa a una ONG, ossia una organizzazione non governativa, un qualsiasi ente morale, una internazionale della filantropia e del volontariato. La Chiesa è di Cristo. La sua prima e principale missione è annunciare Cristo a tutti, ricchi e poveri, giovani e adulti, santi e peccatori. Con l’apostolo Pietro e il suo successore Francesco, diciamo: “non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, cammina” (At 3, 6). 

Cari fratelli e sorelle,  

  1. Paolo, essendo stato afferrato da Gesù Cristo, ha ammesso di non essere arrivato alla meta della perfezione, ma di sforzarsi per arrivarvi. Dimenticando il passato e protendendosi verso l’avvenire, si è lanciato verso la meta dell’incontro definitivo con Cristo (Fil3, 12-14). Imitiamolo in questo cammino di perfezione. Cristo, con la sua risurrezione ci ha aperto la strada. Camminiamo su questa strada. Non saremo mai soli. Ci guiderà la mano invisibile di Dio, Padre di misericordia e custode della nostra vita.  

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S.E. Monsignor Ignazio Sanna
Arcivescovo Emerito di Oristano

Presidente della Pontificia Accademia di Teologia

Via degli Estensi, 133 - 00164 Roma
E-mail: arcivescovosanna@gmail.com
Tel: 06.66151377