Antropologismo deviato e paradigma tecnocratico secondo la Laudato si

1. Dal guardare sotto il sole

Per l’autore biblico, “non c’è niente di nuovo sotto il sole” (Qo, 1, 9), ossia non ci sarebbe niente da cercare, niente da scoprire. Tutto si ripete, tutto è uguale, tutto è fisso e immobile.

 1.1. Primo modo: il soggettivismo razionalista.

 La cultura filosofica che è alla base del nostro stile di vita ha inconsciamente abbandonato la ricerca della verità, il cui raggiungimento è ritenuto impossibile a causa della “dittatura del relativismo”, e teorizzato l’abitudine a guardare sotto il sole. I vari esistenzialismi della storia hanno indirizzato lo sguardo dentro la propria esistenza, elevandola a metro di giudizio e di valore di ogni realtà. Come si sa, l’uomo è stato considerato come la misura di tutte le cose. “L'uomo è la misura di tutte le cose, di quelle che sono in quanto sono, e di quelle che non sono in quanto non sono”(Protagora, fr.1, in Platone, Teeteto, 152a). Quando si è cercato di guardare in alto, di uscire dal proprio io, dalla propria esistenza, di fatto, si è rimasti sempre dentro l’orizzonte terreno, quello che si può misurare con il nostro sguardo

Heidegger aveva riassunto l’ideale dell’uomo nell’"andare verso una stella. Il suo era un cielo di stelle che illumina il presente, ma non il futuro. La stella verso la quale l'uomo deve camminare è la "verità dell'Essere", ossia ciò che "è più degno di essere cercato, interrogato e pensato". Camminare verso la stella dell'Essere, allora, significa andare alla ricerca del senso dell'Essere, per ritrovarne la sua origine ed interpretarne il suo darsi storico e presente: quell'origine che è la prima parola sia della Bibbia (bereshít), che dei pensatori jonici (arché), che del Vangelo giovanneo (en arché en ho Lógos). Nella tradizione filosofica e teologica dell'Occidente il problema o il mistero dell'origine è stato sempre il primo e fondamentale problema umano. L'uomo ha sempre cercato il "fondamento" (Grund) del suo esistere in totalità. Ma la stella heideggeriana, come tutte stelle di una filosofia senza Dio, era una stella di terra, una stella opaca, una stella gettata nel mare infinito del nulla. Kant aveva collocato il cielo stellato sopra di sé, e la legge morale dentro di sé, ponendo, così, le basi per un soggettivismo esasperato, un positivismo razionalista.

Questi due autori della cultura moderna e contemporanea hanno dato il primato della conoscenza alla ragione, e, hanno chiuso le porte della mente alla potenza dell’infinito. Heidegger era convinto che solo un dio ci potrebbe salvare. Ma il suo dio non è il Dio cristiano, Padre di Gesù Cristo. Kant sosteneva che solo la ragione ci potrebbe salvare. Ma la sua ragione è chiusa al trascendente. Per costoro, Dio, al massimo, potrebbe essere il guardiano e il garante dell’ordinata convivenza civile. La storia passata e presente, però, insegna che questo dio non è servito a molto, e che il ricorso alla sola ragione non ha eliminato il mistero dalla vita. Si possono, poi, trovare valide regole per vivere e vivere bene. Sia i sistemi democratici che quelli totalitari hanno saputo trovare proprie regole di convivenza pacifica. D’altra parte, mentre la vita onesta non ha bisogno di Dio, Dio ha bisogno di una vita onesta, di uomini onesti, per rivelarsi, per comunicarsi, per essere testimoniato.

1.2. Secondo modo: l’illuminismo economico e tecnologico

Oltre che dalla cultura filosofica del soggettivismo razionalista, la spinta a guardare sotto il sole, in una visione puramente materialistica della vita, è favorita da una concezione economica e tecnologica della natura dell'uomo

L’avere prevale sull’essere. Penso che l'antropologia dell'avere sia descritta molto bene da un noto apologo che S. Kierkegaard ha lasciato nei suoi diari: "La nave è in mano al cuoco di bordo e ciò che trasmette il megafono del comandante non è la rotta ma ciò che mangeremo domani". La preoccupazione principale della gente comune, cioè, è sapere che cosa si deve mangiare, che vestiti si devono indossare, quale moda bisogna seguire. L'uomo viene considerato non come una persona con la sua dignità trascendente, ma come un consumatore. Tutti gli appelli dei media, le proposte della società e della politica sono perché consumi di più. Anche la religione spesso considera il cristiano come un consumatore di servizi. Per questa gente comune manca una voce che indichi la rotta, il senso della vita, che interpelli sul bene e sul male, sul giusto e sull'ingiusto, sul vero e sul falso, sull'esistere e sul morire. Una voce che contribuisca a trasformare il consumatore in cittadino, lo spettatore in protagonista, l'individuo in persona. Una voce che dia motivazioni non emozioni.

Questa sorta di illuminismo economico ha promosso la logica del mercato, che, con la sua mano invisibile, ha mercificato tutti i rapporti sociali e anche la stessa natura dell'uomo. La logica mercantile contribuisce ad annullare la fondamentale "differenza antropologica", che è alla base della verità cristiana per cui l'uomo è "l'unica creatura che Dio ha voluto per se stessa" (GS, 24). Già Kant aveva messo in risalto questa differenza quando, nella Fondazione della metafisica dei costumi, affermava che:

"Nel regno dei fini tutto ha un prezzo o una dignità. Ciò che ha un prezzo può essere sostituito anche da un qualcosa di equivalente; ciò che ha dignità, invece, si eleva sopra ogni prezzo, e non consente un equivalente". E ciò asserendo, il filosofo di Koenigsberg prendeva chiaramente le distanze da Thomas Hobbes (1588-1679), che, nel 1651, aveva scritto: "Il valore o pregio di un uomo è, come in tutte le altre cose, il suo prezzo, vale a dire quanto si darebbe per l'uso del suo potere; non è perciò una cosa assoluta, ma dipendente dal bisogno e dal giudizio altrui. Un abile condottiero ha un prezzo in tempo di guerra, presente o imminente, ma non così in pace. Un giudice dotto e incorruttibile ha molto pregio in tempo di pace, ma non altrettanto in guerra. E come in altre cose, così negli uomini non è il venditore, ma il compratore a determinare il prezzo."

La biologia prevale sulla biografia. La forma di illuminismo tecnologico-scientista, subentrato a quello filosofico, presenta una visione riduzionista dell'uomo, riducendolo a materia, la materia prima più preziosa. In base al riduzionismo scientifico, la biologia dell'essere vivente finisce per prevalere sulla biografia della persona. La prima attesta un dato della natura umana, che, come tale, è la stessa in tutti quanti gli uomini. La seconda racconta la storia di una libertà, che, in quanto proprietà della persona, rende questa unica ed irripetibile. In una società della dittatura dei geni, nella quale il riduzionismo scientifico è diventato riduzionismo antropologico, e le tecnologie della vita hanno cambiato il significato degli eventi naturali dell'esistenza, l'uomo viene considerato sempre più frequentemente come una riserva d'organi, un essere modulare che può essere smontato e rimontato, un organismo cibernetico, un soggetto tecno-uomo, un prodotto che si può acquistare al supermercato dei geni, dove si possono comprare i geni degli occhi azzurri o quelli del bernoccolo della matematica, a seconda dei gusti del compratore. Un esempio triste di come la prevalenza della ragione strumentale e del primato della tecnologia abbiano impoverito il senso trascendente dell'uomo, riducendolo a materia e a cosa, è la profanazione linguistica del mistero della morte. Si parla con disinvoltura del "trattamento" del cadavere umano, considerato alla stregua dei rifiuti. Esso, infatti, deve essere rimosso in modo razionale con la cremazione e l'eliminazione delle ceneri. Gli organi del morto possono essere reimpiegati o "riciclati", e ciò che rimane del cadavere può essere incenerito o "smaltito".

Nel nostro tempo, scrive Papa Francesco, la “globalizzazione del paradigma tecnocratico” conduce a un “antropocentrismo deviato” (Laudato sì, 119). “In tale paradigma risalta una concezione del soggetto che progressivamente, nel processo logico-razionale, comprende e in tal modo possiede l’oggetto che si trova all’esterno. Tale soggetto si esplica nello stabilire il metodo scientifico con la sua

sperimentazione, che è già esplicitamente una tecnica di possesso, dominio e trasformazione” (Laudato sì, 106). “Possiamo perciò affermare, prosegue Francesco, che all’origine di molte difficoltà del mondo attuale vi è anzitutto la tendenza, non sempre cosciente, a impostare la metodologia e gli obiettivi della tecnoscienza secondo un paradigma di comprensione che condiziona la vita delle persone e il funzionamento della società (Laudato sì, 107)…“Oggi il paradigma tecnocratico è diventato così dominante, che è molto difficile prescindere dalle sue risorse, e ancora più difficile è utilizzare le sue risorse senza essere dominati dalla sua logica” (Laudato sì, 108)…“Il paradigma tecnocratico tende ad esercitare il proprio dominio anche sull’economia e sulla politica. L’economia assume ogni sviluppo tecnologico in funzione del profitto, senza prestare attenzione a eventuali conseguenze negative per l’essere umano” (Laudato sì, 109).

Queste forme di illuminismo economico e tecnologico vorrebbero ridurre anche la Chiesa da custode della trascendenza ad un gestore dell'immanenza e ad una maestra di etica pubblica e ad un'agenzia religiosa, la quale, al massimo, sbrigherebbe delle pratiche di filantropia e di solidarietà. Ma il carattere religioso di questo genere di attività non è automaticamente anche quello cristiano. Il deismo diffuso, che caratterizza un'indistinta attività religiosa, è solo il contrario dell'ateismo, ma non l'equivalente del cristianesimo. Non basta essere religiosi per essere cristiani, anche se l'essere cristiani, ovviamente, porta ad essere religiosi. La semplice attività religiosa appiattisce gli ideali evangelici sulla pur utile promozione di valori di un umanitarismo civile. Bisogna ricordare con san Paolo che "il vangelo da noi annunciato non è modellato sull'uomo, non l'abbiamo ricevuto né imparato da uomini" (Gal, 1, 11-12). (aneddoto della apparizioni in vitro).

1.3. Terzo modo: il relativismo pratico

La prima denuncia del relativismo risale all’omelia del Card. Joseph Ratzinger, nella messa pro eligendo pontifice dell’aprile 2005. In quell’occasione il futuro Benedetto XVI disse: “Quanti venti di dottrina abbiamo conosciuto in questi ultimi decenni, quante correnti ideologiche, quante mode del pensiero... La piccola barca del pensiero di molti cristiani è stata non di rado agitata da queste onde - gettata da un estremo all’altro: dal marxismo al liberalismo, fino al libertinismo; dal collettivismo all’individualismo radicale; dall’ateismo ad un vago misticismo religioso; dall’agnosticismo al sincretismo e così via. Ogni giorno nascono nuove sette e si realizza quanto dice San Paolo sull’inganno degli uomini, sull’astuzia che tende a trarre nell’errore (cf Ef 4, 14). Avere una fede chiara, secondo il Credo della Chiesa,

viene spesso etichettato come fondamentalismo. Mentre il relativismo, cioè il lasciarsi portare “qua e là da qualsiasi vento di dottrina”, appare come l’unico atteggiamento all’altezza dei tempi odierni. Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie.”

Francesco ne riprese la denuncia sia nell’Evangelii Gaudium che nella Laudato sì. Nell’Evangelii Gaudium richiamò il pericolo del relativismo pratico, ancora più pericoloso di quello dottrinale. “Il processo di secolarizzazione, con la negazione di ogni trascendenza, ha prodotto una crescente deformazione etica, un indebolimento del senso del peccato personale e sociale e un progressivo aumento del relativismo, che danno luogo ad un disorientamento generalizzato, specialmente nella fase dell’adolescenza e della giovinezza, tanto vulnerabile dai cambiamenti. Come bene osservano i Vescovi degli Stati Uniti d’America, mentre la Chiesa insiste sull’esistenza di norme morali oggettive, valide per tutti, «ci sono coloro che presentano questo insegnamento, come ingiusto, ossia opposto ai diritti umani basilari. Tali argomentazioni scaturiscono solitamente da una forma di relativismo morale, che si unisce, non senza inconsistenza, a una fiducia nei diritti assoluti degli individui. In quest’ottica, si percepisce la Chiesa come se promuovesse un pregiudizio particolare e come se interferisse con la libertà individuale.” (Conferenza dei Vescovi Cattolici degli Stati Uniti, Ministry to persons with a Homosexual Inclination: Guidelines for Pastoral Care (2006), 17 (EG, 64).

Nella Laudato sì ne sottolineò la conseguenza dell’antropologismo deviato. “Quando l’essere umano pone sé stesso al centro, finisce per dare priorità assoluta ai suoi interessi contingenti, e tutto il resto diventa relativo. Perciò non dovrebbe meravigliare il fatto che, insieme all’onnipresenza del paradigma tecnocratico e all’adorazione del potere umano senza limiti, si sviluppi nei soggetti questo relativismo, in cui tutto diventa irrilevante se non serve ai propri interessi immediati. Vi è in questo una logica che permette di comprendere come si alimentino a vicenda diversi atteggiamenti che provocano al tempo stesso il degrado ambientale e il degrado sociale.” (Laudato sì, 122).

2. Al guardare sopra il sole

Ora, se queste correnti dottrinali e atteggiamenti pratici costringono a guardare sotto il sole, bisogna trovare il coraggio e le motivazioni per guardare sopra il sole. Già Dante, per esempio, aveva spinto Ulisse verso “il mondo oltre il sole”. Guardare sopra il sole, in definitiva, vuol dire vincere la rassegnazione, voler aprire strade

nuove, superare le forme di edonismo individualistico, di consumismo egoista, di apatia disperata. Solo l’animale guarda verso terra. L’uomo guarda in alto. Bisogna imparare a guardare in alto, per scoprire il volto di Dio. Bisogna ricominciare a provare stupore davanti a Dio, a trovarlo in tutte le cose, senza, però, cosificarlo. Dio è in tutte le cose, ma non tutte le cose sono Dio. Il Dio di Gesù Cristo, inoltre, non è una risposta ai nostri bisogni, bensì un dono che supera ogni nostra domanda.

2.1. Primo modo: l’esperienza del limite

Un primo modo di guardare in alto può essere l'esperienza del limite. Quest’esperienza è forse molto più forte oggi che in altri tempi. I continui progressi nei diversi campi della tecnica e soprattutto in quello della medicina e della genetica rendono più acuta la percezione della necessità di superarlo. Essi, infatti, fanno intravvedere grandi possibilità di sempre nuove conquiste ed alimentano sogni di un sempre più sicuro e perfetto futuro dell'umanità. Queste prospettive, indirettamente, alimentano i conflitti esistenziali di cui è intessuta la vita di ognuno, nutrita com'è di desideri e di paure, di aspirazioni e di delusioni. Si ha il desiderio di volare e la paura di cadere, il desiderio di vivere e la paura di morire, il desiderio di amare e di essere amati e la paura di tradire e di essere traditi. L'avanzamento della tecnica non ha diminuito, bensì acuito le incertezze, non ha eliminato, ma moltiplicato le ragioni dell'angoscia esistenziale.

Dal punto di vista filosofico, le prime dure critiche ai deliri di grandezza della ragione si sono riscontrate nei primi del Novecento. La critica alla metafisica di Nietzsche, prima, e il tentativo del suo superamento, poi, da parte di Heidegger, la messa sotto accusa della cultura dell'illuminismo da parte dei filosofi della scuola di Francoforte, la scoperta del subconscio di Freud, la filosofia del linguaggio di Wittgenstein e l'ermeneutica di Gadamer hanno messo in crisi il primato dell'antropologia della perfezione, della filosofia dell'"io". Colui, comunque, che ha analizzato maggiormente la coscienza del limite dell'uomo come condizione per diventare "umani" fu senz'altro M. Heidegger. Il problema di fondo della sua filosofia, come si sa, era quello di capire il senso dell'esistenza dell'uomo. Per Heidegger, il punto di partenza per un'esistenza autentica è la presa di coscienza dell'intrinseca finitezza dell'essere. Il limite invalicabile della sua finitezza è segnato dalla morte. Ciò che ci umanizza, che ci fa prendere coscienza dei nostri limiti, è "l'essere per la morte".

A questa critica filosofica si è aggiunto il forte richiamo di Papa Francesco, secondo cui, “Nella modernità si è verificato un notevole eccesso antropocentrico che, sotto altra veste, oggi continua a minare ogni riferimento a qualcosa di comune e ogni

tentativo di rafforzare i legami sociali. Per questo è giunto il momento di prestare nuovamente attenzione alla realtà con i limiti che essa impone, i quali a loro volta costituiscono la possibilità di uno sviluppo umano e sociale più sano e fecondo. Una presentazione inadeguata dell’antropologia cristiana ha finito per promuovere una concezione errata della relazione dell’essere umano con il mondo. Molte volte è stato trasmesso un sogno prometeico di dominio sul mondo che ha provocato l’impressione che la cura della natura sia cosa da deboli. Invece l’interpretazione corretta del concetto dell’essere umano come signore dell’universo è quella di intenderlo come amministratore responsabile”(Laudato sì, 116).

2.2. Second modo: la concezione dell'uomo immagine di Dio.

Anzitutto, va rilevato che il messaggio biblico dell'immagine sottolinea che tutto l'uomo è immagine di Dio, nel senso che la dimensione dell'immagine, in stretto rapporto di dipendenza dall'archetipo personale che è Dio, si estende anche alla realtà corporea e non rimane confinata solo nella realtà spirituale. Nel passato, lontano e vicino, è spesso prevalsa nella teologia e nella pedagogia spirituale del mondo occidentale un'antropologia dualistica che, penalizzando il corpo e privilegiando lo spirito, produsse un soggetto angelicato, slegato da vincoli corporei e materiali. Nel presente, soprattutto nel mondo adolescenziale e giovanile, si avverte una situazione di disagio nel modo di gestire il rapporto con la propria corporeità, quasi si facesse fatica a concepire in unità esistenziale la dimensione spirituale-mentale-psichica e quella materiale corporea. Gli estremi opposti di questo disagio si manifestano con il rifiuto del corpo o con la sua esaltazione quasi feticistica, che producono una "corporeità inventata". Una corretta teologia dell'immagine corregge questa visione riduttivistica dell'uomo e della donna e ne rivaluta la dimensione integrale di spirito incarnato.

In secondo luogo, il messaggio biblico dell'immagine sottolinea anche che tutti gli uomini sono immagine di Dio. L'estensione dell'immagine a tutti gli uomini, oltre a costituire la base della vera universalità della natura umana, è anche la base di una vera democraticità ed uguaglianza degli uomini. Mentre, infatti, nella tradizione delle religioni orientali solo i sovrani erano considerati rappresentanti delle divinità nazionali, nella tradizione biblica ogni uomo in quanto tale è una manifestazione di Dio. La Bibbia aggiunge anche la dimensione relazionale, interpersonale, coniugale della natura umana. Gli uomini, cioè uomini e donne, sono immagine di Dio, come precisa il testo di Gn 1,27 e Gn 5,1: "Dio creò l'uomo a sua immagine, a immagine di Dio li creò, maschio e femmina li creò". L'immagine di Dio si fonda su una relazione interpersonale e sul riconoscimento della differenza sessuale, per il fatto che la donna

non deve essere pensata sul modello dell'uomo, ma come la sua partner, senza la quale non esiste rapporto di reciprocità e di interpersonalità io-tu.

In terzo luogo, l'immagine di Dio afferma che l'uomo è uomo davanti a Dio. Questo fatto evidenzia la radicale relazionalità di ogni essere umano, documentata sin dai primordi della storia della salvezza. Nel racconto genesiaco degli inizi dell'umanità, la prima parola umana è nata dal confronto e dall'accettazione dell'altro: "Questa volta è osso delle mie ossa e carne della mia carne!" (Gn 2, 23). Il momento in cui il grido animale si fece parola umana, in una primitiva estasi poetica, fu precisamente quello in cui l'uomo si aprì alla relazione, alla comunione. E' esperienza condivisa, d'altra parte, che l'uomo vive di relazione, che ha bisogno dello sguardo d'un altro per essere veramente se stesso. Questo altro, per l'autore biblico, non può che essere Dio. L'uomo è immagine non di se stesso, ma di un Altro che egli non riuscirà mai ad afferrare e che gli sfuggirà continuamente. Perché l'altro aspetto dell'immagine di Dio è che Dio, giustamente, non ha immagine. L'uomo allora è l'immagine di un Dio senza immagine. Il modello che è all'origine della copia non è un'immagine originale, bensì un Nome originale, un Dio senza immagine ma non senza storia. I due termini ebraici che indicano immagine e somiglianza, selem e demut, evocano una copia che esiste solo in dipendenza dal suo modello. Perciò, il testo biblico intende affermare che per l'uomo vivere in dialogo non solo con il suo simile, la donna, ma anche con il suo dissimile, Dio, è una necessità assoluta. Come la copia non la si può capire se non in rapporto al suo modello, così non si può comprendere l'uomo se non in rapporto e in dipendenza da Dio. L'uomo è il tu di Dio nella stessa misura in cui Dio è il tu dell'uomo. . (aneddoto dell’ateo cattolico o ateo protestante)

2.3. Terza modo: la concezione dell’uomo pellegrino d’eterno

In ultima analisi, la ragione ultima dell’invito a guardare sopra il sole è che il vero futuro dell’uomo è proiettato sulla sponda dell’eternità e che la vera casa comune è quella costruita da Dio stesso, cioè quella celeste. Lo affermava il Padre della Chiesa S. Ignazio di Antiochia: "Ecco, è vicino il momento in cui io sarò partorito. Abbiate compassione di me, fratelli. Non impedite che io nasca alla vita. Lasciate che io raggiunga la pura luce. Giunto là, io sarò veramente uomo". Lo ribadisce il filosofo della fine dell’epoca moderna Romano Guardini, che asserisce che la nostra identità di uomini pellegrini è fissata dall'eternità, la quale consacra i nostri contorni personali: "Noi non abbiamo ancora il nostro vero nome; lo prova il fatto che il nostro nome attuale, quello civile, è portato anche da altri. Chi io sia realmente non lo so ancora; questo mistero per ora è incompreso e senza nome. Un giorno però riceverà il suo nome, quello che indica me e me soltanto. Sarà il nome del figlio o

della figlia di Dio". L’ha definito il Concilio Vaticano II nel descrivere l’indole escatologica della Chiesa peregrinante: “La Chiesa, alla quale tutti siamo chiamati in Cristo Gesù e nella quale per mezzo della grazia di Dio acquistiamo la santità, non avrà il suo compimento se non nella gloria celeste, quando verrà il tempo in cui tutte le cose saranno rinnovate (cfr. Ap 3,21), e col genere umano anche tutto l'universo, il quale è intimamente congiunto con l'uomo e per mezzo di lui arriva al suo fine, troverà nel Cristo la sua definitiva perfezione (cfr. Ef 1,10; Col 1,20)” (LG, 48).

La determinazione eterna della nostra identità secondo il disegno divino impedisce che la vita umana sia un vagabondare senza meta e senza destino, e fa sì che invece la stessa vita sia un pellegrinaggio verso una meta, un traguardo fissato in anticipo da Dio e raggiunto nel tempo dall'uomo. Il cristiano non è un nomade, ma un pellegrino. Non è angosciato dall'incertezza del futuro, ma è animato dalla speranza del futuro, fondata sulla Parola. La vera città umana è quella costruita da Dio stesso, la vera patria umana è quella preparata da Dio, cioè quella celeste. Non habemus hic manentem civitatem sed futuram inquirimus, non abbiamo una dimora fissa sulla terra, ma ne cerchiamo una futura (Eb 13, 14).

La concezione dell'uomo pellegrino porta con sé il passaggio dall'avventura umana alla promessa divina, il passaggio, cioè, dalla concezione di una esistenza vissuta come un'avventura umana a quella di un'esistenza vissuta come fedeltà alla promessa divina. Ulisse quale rappresentante dell'avventura umana viene sostituito da Abramo quale rappresentante della promessa divina. All'inizio del cammino di Abramo, padre di tutti i credenti della storia e modello di vita umana responsoriale, c'è una promessa. Questa promessa ha cambiato allora la sua storia umana in storia di salvezza divina, e trasforma oggi il vagare di ogni nomade della terra in un cammino di pellegrini del cielo. La vita umana ha una meta, una finalità intrinseca, e la vocazione dell'uomo consiste precisamente nel raggiungimento di questa meta. Nessuno nasce per caso e muore per caso. Il caso nella prospettiva cristiana della storia non esiste. Giustamente, è stato scritto da Anatole France che il caso è lo pseudonimo di Dio quando egli non si firma per esteso. In realtà, la storia ha una fine, perché ogni evento passa, perché tutto tramonta e muore, ma allo stesso tempo ha anche un fine, perché oltre ogni tramonto su questa terra c'è una nascita nell'eternità. La morte, per il cristiano, è il dies natalis, la conclusione dell'esistenza e la nascita alla vita.

Papa Francesco, evocando il contributo di pensiero di P. Teilhard de Chardin, scrive: “il traguardo del cammino dell’universo è nella pienezza di Dio, che è stata già raggiunta da Cristo risorto, fulcro della maturazione universale. In tal modo aggiungiamo un ulteriore argomento per rifiutare qualsiasi dominio dispotico e

irresponsabile dell’essere umano sulle altre creature. Lo scopo finale delle altre creature non siamo noi. Invece tutte avanzano, insieme a noi e attraverso di noi, verso la meta comune, che è Dio, in una pienezza trascendente dove Cristo risorto abbraccia e illumina tutto. L’essere umano, infatti, dotato di intelligenza e di amore, e attratto dalla pienezza di Cristo, è chiamato a ricondurre tutte le creature al loro Creatore” (Laudato sì, 83).

 

+ Ignazio Sanna, Arcivescovo


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S.E. Monsignor Ignazio Sanna
Arcivescovo Emerito di Oristano

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